Martin Hofer, “Inverni”

«Eppure era da queste parti», continuava a ripetere sporgendosi sul volante. Per riuscire a leggere i nomi delle vie tendeva il collo in avanti, scoprendo le vene gonfie e allentate. Le strade ci scivolavano alle spalle con lentezza. Se non fosse stato per le sue sterzate nervose sarei perfino riuscito a sonnecchiare con la testa appoggiata al finestrino.

Si era perso, era evidente, ma non voleva ammetterlo. Pur di non accettare la sconfitta avrebbe continuato a guidare a casaccio per tutta la città, setacciandola a passo d’uomo, strada dopo strada.
Ogni tanto diceva: «Questa cabina telefonica me la ricordo. Forse ci siamo», ma la pista si perdeva in fretta e riprendevamo a procedere a tentoni. Se ci fosse stato qualche passante avrebbe potuta scambiarla per una lezione di scuola guida, ma era domenica – perdio! – e nessuno era così matto da andarsene a spasso a quell’ora del mattino.

Mi aveva tirato giù dal letto alle sette per recuperare quella dannata poltrona. L’aveva notata qualche giorno prima, abbandonata accanto a un cassonetto, e dal quel momento non aveva parlato d’altro.
«Dovreste vederla – diceva a tavola – è praticamente nuova. La gente è pazza. Non danno valore alle cose. Ci farebbe proprio comodo una poltrona, no? Sai che facciamo? Domenica mattina ci facciamo una bella spedizione padre-figlio. Che ne dici?». Si voltava verso di me e strizzava l’occhio come se mi stesse proponendo qualcosa di terribilmente allettante.

Sbucammo in una piazza squadrata e da lì riuscì finalmente a ritrovare la strada. Ancora un paio di sterzate isteriche e ci ritrovammo nel viale che costeggia la ferrovia, uno di quei posti dai quali, fin da piccolo, capisci che è meglio stare alla larga .
«Te l’avevo detto, giovane!», esultò. Aveva preso a chiamarmi “giovane” da qualche mese. Lo trovava divertente.
Accostò alla fermata dell’autobus e spense il motore, poi uscì dalla macchina fischiettando un motivetto inventato. Durante la notte aveva nevicato e l’aria si era fatta pungente. Mi strinsi nel giaccone, camminando in punta di piedi per non sporcare il risvolto dei jeans con la poltiglia di fango e nevischio che si era depositata sul manto stradale.

La poltrona era poggiata accanto a un cassonetto, a malapena visibile,coperta da materassi luridi, lattine e passeggini senza ruote. Riuscivo a scorgere soltanto un bracciolo fradicio. Mio padre cominciò a liberarla dall’immondizia, e disse:
«Eccoci qui. Bella, vero?».
«È andata».
«Cosa?», domandò continuando a trafficare.
«È a-n-d-a-t-a! Ha nevicato tutta la notte, è zuppa d’acqua. Non farà in tempo ad asciugarsi che sarà già tutta ammuffita».
«Ti sbagli. Dai, dammi una mano».
«Se è stata abbandonata un motivo ci sarà».
«Sciocchezze. Coraggio non stare lì impalato, vieni a darmi una mano».

Mi avvicinai al cumulo e cominciai a togliere roba umida e puzzolente dalla poltrona. C’era di tutto: magliette strappate, medicinali, un biberon, riviste porno, un ferro da stiro, coperte ispide. Cercavo di immaginarne la provenienza, le facce dei proprietari, le cause dell’abbandono, ma non ci riuscivo. Tutto sembrava star lì da secoli, destinato a rimanerci per sempre.
Irritato dalla mia lentezza esclamò: «Forza giovane! Non abbiamo tutta la giornata!».
Avvolgeva le braccia attorno a pile di vestiti per catapultarli dietro di sé. Sembrava una ruspa impazzita. La sua giacca impermeabile era già sporca.
Continuai a lavorare con calma.

Dall’altro lato della strada due ragazzi aspettavano l’autobus fumando le prime sigarette della mattinata. Saltellavano sul posto per scaldarsi e nel frattempo ci osservavano. Li riconobbi. Erano due di scuola. Non ci avevo mai parlato, ma sapevo chi erano. Spesso li trovavo in bagno a fumarsi una canna. Se gli girava male rischiavi di passare dei guai. A un mio compagno di classe avevano rotto il naso.
I ragazzi seguivano i nostri movimenti. Non ci staccavano gli occhi di dosso nemmeno per un attimo. Forse mi avevano riconosciuto. Calai il cappuccio sulla testa e accelerai le operazioni, cercando di dargli sempre le spalle. A un certo punto mi parve di sentirli ridacchiare. Sentivo la faccia pulsare. Nonostante il freddo, stavo avvampando.

«Levati il cappuccio» mi disse «se sudi poi ti prendi un accidente».
Lo ignorai e con un calcio tolsi la paccottiglia rimanente. Mi voltai. I due continuavano a godersi lo spettacolo. Allora li salutai con un gesto della mano, per dimostrargli che non avevo niente di cui vergognarmi. Non risposero. Uno sputò per terra, l’altro rimase impassibile. Se non ero stato ancora riconosciuto, adesso ero proprio fregato. Sputai anch’io e restituii loro le spalle.

«Bene» disse «ora la carichiamo in macchina e ce ne torniamo a casa. Dai, io da una parte e tu dall’altra».
Squadrai quell’oggetto inzuppato di pioggia e liquami. Scossi il capo.
«Che hai?»
«Ma perché non ne compri una nuova? Perché dobbiamo fare sempre i pezzenti?”
Lui fece mezzo passo indietro. Rimuginò qualche istante prima di parlare.
«Pensi che i soldi mi escano dal buco del culo? Ora aiutami a sollevarla, forza».

Serrai le mascelle, senza riuscire a deglutire. Poi afferrai la poltrona da un bracciolo. Lui fece lo stesso dall’altra parte.
«Coraggio, al tre. Uno, due e… tre».
Riuscimmo a sollevare la poltrona di qualche centimetro, ma dopo pochi istanti lasciai la presa. La poltrona ripiombò sull’asfalto con un tonfo cupo.
«Che cosa stai combinando?», disse indispettito.
«È troppo pesante», protestai.
Lanciai uno sguardo ai due ragazzi. Grazie al cielo stava arrivando l’autobus e i due erano sul bordo del marciapiede, intenti a sbracciarsi per segnalare all’autista di accostare.
«Oh, per la miseria! Sapevo che avrei dovuto chiedere aiuto a Simone, allora io la sollevo da dietro e tu provi a reggerla da davanti. Ci siamo?»
L’autobus rallentò e si infilò nello slargo della fermata. Le porte si aprirono con uno scatto meccanico.
«Forza. Un…due e trrr…».
Sollevò deciso la poltrona ma scivolò sulla neve e cadde all’indietro. Per non farmi travolgere dalla poltrona feci un balzo indietro e scivolai anch’io, sbattendo il culo. Intanto l’autobus stava ripartendo. Oltre i finestrini intravidi i due ragazzi che se la ridevano di gusto.
«Dai riproviamo».
Disse così ma non accennò a muoversi. Rimanemmo entrambi seduti a terra, sfiorati dall’esile sole invernale.
Osservai mio padre, che guardava l’autobus allontanarsi, come se avesse dimenticato cosa stessimo facendo: la faccia paonazza per lo sforzo, le labbra screpolate, un’espressione di dolore contenuto. Non lo avevo mai trovato così vecchio. Era come osservare me stesso allo specchio fra quarant’anni. Per un attimo ne rimasi impaurito, poi mi rialzai e scrollai via la neve dai vestiti.
«Dai, riproviamo».

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