Marco Rossari, “I mostri di Luvano”

«Si potrebbe friggere un uovo sul cofano» pensò Benny, sigillato dentro l’abitacolo con il motore acceso e l’aria condizionata a palla.
Un’ondata di caldo spaventoso aveva svuotato la città, abbandonata dagli uomini come animali in fuga da una barca in fiamme. Solo che gli animali i suddetti uomini li avevano lasciati a lui e al negozietto.
«Pezzi di merda con la casa al mare o al lago,» rimuginò, con la testa al monolocale incendiato dove viveva con Chantal, l’unica metratura che potevano permettersi con lo stipendio da parrucchiera e le modeste entrate della bottega dal lezioso nome “Doggy style. Animali pettinati & acconciati” che gli aveva rifilato in gestione suo cugino.
Lui. A fare lo shampoo. Ai cagnolini.
Ma non aveva scelta.
Il bar sull’altro lato della piazza sembrava dall’altra faccia della Terra, anzi della giungla tropicale, e lui aveva ancora addosso l’odore del merdoso barboncino della signora Valgimigli. “Linus”, l’avevano chiamato, quel botolo. Ma non era Snoopy, il cane? Bah.
«Le raccomando Linutti,» aveva pigolato l’arpia. «Me lo tratti bene.»
Linutti. Un barboncino che puzzava come un barbone.
Aprì lo sportello e uscì nelle sabbie mobili della giungla d’asfalto. Asfalto? Pareva burro.

«Ciao Benny, mi sa che in città ci sei rimasto solo tu…»
Stefano, il barista del quartiere, chino sulla “Settimana enigmistica”. Facile per lui, con l’arietta fresca sparata dall’enorme condizionatore.
«Porca troia, non dirmelo.»
«C’hai da lavorare?»
«Più o meno.»
«Anche di sabato?»
«E chi dà il cibo alle bestie? In più domani Chantal ha un matrimonio. E poi abbiamo bisogno di pila,» rispose Benny. «Dai, cambiami ’sto deca.»
«Dice che ha bisogno di pila…» lo rintuzzò Stefano. «E gioca al videopoker. Vallo a capire.»
«E tu perché ce li installi i videopoker?»
«Perché ho bisogno di pila.»
Nel corso della partita calò il silenzio, interrotto solo dai colpi regolari delle dita grassocce di Benny contro i tasti del videopoker.
Quando la campanellina della porta trillò, Stefano e Benny lanciarono un’occhiata distratta verso la porta. Era entrato un ragazzetto dai cappelli fucsia, gli occhiali da sole, una maglietta attillata di Lady Gaga, un borsello a tracolla e le ciabatte.
«Buongiorno!» esclamò con voce chioccia. «Ce l’hai mica una granita al limone, tesoro?»
«La granita ce l’ho,» rispose Stefano. «Ma tesoro a me non mi ci chiami.»
«Uff, che maschiaccio,» rispose allegro il ragazzo, girandosi verso Benny. «Anzi, che maschiacci. Come va la partita al videogioco, bello?»
«Primo: è un videopoker. Secondo: se non chiudi quella fogna di bocca ti sbatto fuori a calci in culo, ricchione.» Detto questo, Benito detto “Benny” si tirò su la manica della camicia fino al bicipite e mise in bella mostra una svastica che fece ammutolire il ragazzo.
La granita venne consumata in un silenzio di tomba e un attimo dopo la campanellina squillò in uscita.
«Certo che fuori è proprio un forno, Mastino» disse Stefano.
«Ed è lì che dovrebbero stare.»

«Oggi ne ho beccato un altro al baretto,» disse Benny a Chantal, entrambi in canotta e mutande, a mantrugiare l’insalata di riso vecchia di un paio di giorni. «Faceva lo scemo, capito? Con me…»
«Madonna, come esageri, amo… A me stanno anche simpatici. Ce n’è uno da me che fa l’hair stylist e che è gentilissimo.»
«Da te sono tutti così e fanno i parrucchieri. Poi sono gentili perché sono deboli.»
Chantal finì il bicchiere d’acqua gelida con un risucchio e sbuffò. «Dio, si muore… E domani sarà peggio. Perché non ce ne andiamo?»
Benito rise. «Brava. E i soldi?»
«Se non li buttavi tutti nel videopoker, magari qualcosa da parte ce l’avevamo.»
«Ma se non ci gioco da un mese.»
«Seee, e al bar di Stefano cosa ci sei andato a fare?»
«Una granita al limone, no? Comunque domani devi lavorare.»
«Solo la mattina.»
«E i cani?»
«Ai cani lasci da mangiare domattina e domenica sera. Sopravvivono. Mica vanno a raccontarlo ai padroni, no?»
«E se qualcuno torna in anticipo?»
«Amo, qui non ci torna nessuno fino a domenica a mezzanotte. La città è un inferno.»

Passarono la notte sdraiati a letto come due balene arenate e boccheggianti.
«Com’è che si dice, Benny?» annaspò Chantal.
«Cosa?» bisbigliò Benito.
«Quando le balene finiscono a riva e ci crepano…»
«Spianate.»
«Ma che dici?» scoppiò a ridere Chantal, avvicinandosi. «Non spianate, scemo.»
«Stammi lontana che sto per soffocare.»
«Uff.»
Rimasero in silenzio per un po’ ad aspettare un filo d’aria che non arrivava mai.
«Perché non facciamo ’sta gita?» mormorò Chantal. «Una gitarella… Ce la siamo meritata, no?»
Benito rispose con un mugugno.
«In spiaggia,» borbottò Chantal, nel dormiveglia. «Una bella spiaggia… Il mare… La spiaggia…»
Benito ormai russava a pieno regime.
«Benny!» sbottò Chantal. «Benny!»
«Che è?» esclamò lui, spaventato.
«Spiaggiate, si dice. Ecco come!»
«E per questo mi svegli?»
«Siamo come due balene spiaggiate, uguali identiche…»
«Dormi, amo, dormi.»
«Ma la spiaggia…?» borbottò lei assopendosi. «La spiaggia…?»

La mattina dopo, entrambi con le occhiaie profonde per il sonno agitato, sorseggiarono un caffè amaro accanto al letto.
«A che ora torni?» chiese Benito.
«Verso le due, credo.»
«E ’sta stronza si sposa oggi?»
«Sì.»
«Sai dove?»
«Fuori città, in una bella villa di campagna.»
«Te pareva.»
«Tu che fai?»
«Niente. Passo a dare da mangiare in negozio, vado a prendere la “Gazzetta” e torno su.»
Una volta a casa, dopo un’occhiata distratta alla “Gazzetta”, Benito valutò se masturbarsi o meno. Con quel caldo passava anche la voglia di scopare. E poi, diciamocelo, non è che Chantal fosse ’sta bomba, con tutta quella cellulite. Il pensiero, chissà perché, gli finì su quello stronzo di un frocio al bar.
Feccia.
Allora si alzò dal divano, nel calore soffocante, e recuperò in fondo all’armadio i cd con i discorsi. Vediamo un po’: il discorso sul delitto Matteotti o il discorso sulla fondazione di Littoria? O, ancora meglio, l’ultimo straziante discorso al Lirico di Milano? No, meglio fare le cose in grande.
La Dichiarazione di Entrata in Guerra.
Un giorno così di merda si meritava un’arringa d’alto livello.
Benito guardò fuori dalla finestra e vide il deserto del condominio. Dicevano tutti di avere le pezze al culo, ma intanto guarda quante cazzo di parabole. E il weekend? Spariti. Meglio così, poteva mettere il volume al massimo e che se ne andassero tutti a fare in culo.
Sulle sillabe scandite dalle immortali labbra, i rintocchi stupefacenti della retorica ducesca (“La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano…”), Benito arrivò al culmine – “Vincere” – con stampati bene in testa gli occhi sgranati del suo omonimo.
Dopo, come gli capitava spesso, pensò al padre. Il vecchio bastardo, morto e sepolto ormai da un pezzo, sapeva usare la cinghia, con lui e con la mamma. Ma un uomo dev’essere un uomo. Quando l’aveva battezzato a quel modo, gli aveva passato una fiaccola eterna. E stava a lui farsi degno portatore della Fiamma.
Benito pulì il divano con uno scottex e accese la televisione per vedere la replica di un reality.

Alle due e qualcosa Chantal suonò il citofono.
«Amo, sono io!»
Benito aprì.
«Amo, non hai preparato niente da mangiare?»
«Mi sono addormentato davanti alla televisione.»
«Uff, che mollaccione… Che si fa, si parte?»
«Ma che sei scema?»
«Senti qua. Un collega mi ha consigliato un posticino alle Cinque Terre. Lui doveva andarci ma la mamma non sta bene e quindi ci lascia la camera. Solo 30 euro per una notte. In più il capo mi ha anticipato la paga di luglio. Ha visto le occhiaie e s’è intenerito, che ne so. Se stiamo tirati con il cibo, ce la facciamo. Due giorni al mare!»
«E i cani?»
«Sei stato abbondante prima con la pappa?»
«Sì.»
«Lo vedi che lo sapevi già? Domenica sera li rimpinzi.»
Benito non amava quando Chantal prendeva l’iniziativa, ma non poteva negare il fascino del progetto. Una goccia di sudore si fece strada tra i peli del petto e lui si convinse.
«Va bene, partiamo.»
«Evvai, Benny!»

L’autostrada era deserta, ma Benito evitava di schiacciare a tavoletta l’acceleratore per non consumare troppa benzina. Inoltre aveva già il suo bel da fare a sopportare la tirata di Chantal contro i tatuaggi.
«Passi la croce celtica, amo. Ma quella sul bicipite, no.»
«Ma a te che te frega?»
«No, dico solo che quelli non mi stavano tanto simpatici.»
«Cioè?»
«Cioè erano molto più cattivi di noi.»
«Balle giudaiche. Ti sei fatta rincretinire il cervello dalla propaganda dei giornali. Il mito dell’olocausto e dello sterminio.»
«Ho capito, ma le foto…»
«Fotomontaggi, amo! Fotomontaggi.»
«Ma allora com’è che dici sempre che devono finire nei forni se i forni non c’erano?»
Per un attimo Benito rimase spiazzato dal ragionamento. Erano quei parrucchieri finocchi a indottrinarla. Cazzo, a casa doveva stare: ecco l’ennesima dimostrazione.
«Amo, te lo garantisco. Quelli erano solo campi di prigionia, lo dicono i libri che mi ha passato mio papà.»
Chantal sapeva che, quando entrava in ballo il padre, il discorso poteva dirsi chiuso. E infatti non continuò.

«Ma dove cazzo sta? In montagna?»
«È una delle Cinque Terre, un posto meraviglioso.»
«Meraviglioso un cazzo, lì sotto c’erano le spiagge. Qui si sale e basta, dovevamo portarci gli sci.»
«Oh, che barba che sei. Sono paesini arroccati. Suggestivi, come dice il mio collega.»
«Allora stiamo freschi.»
«Freschi, appunto. Almeno qua si respira. E il mio collega è un bravissimo parrucchiere.»
«Lo credo, è frocio.»
«Parli tu,» osò Chantal, con una risatina. «Che fai più o meno lo stesso mestiere…»
«Io non faccio lo stesso mestiere. Io lavo i cani a degli stronzi pieni di soldi e tiro su qualcosa, anche per far piacere a mio cugino, che se no doveva chiudere. In attesa che tutto cambi…»
«Ah, sì? E come?»
«Appena ho messo qualcosa da parte apro la Libreria della Verità.»
«E che ci vendi?»
«I libri che dico io.»
«I libri che dicono la verità?»
«Esatto.»
«Ma non sono illegali?»
«Ancora per poco.»
A quel punto il discorso si arenava su un progetto vago: un camerata con agganci nella Capitale – l’Urbe – dove girava voce che una leggina stava per essere varata in relazione alla dignità storiografica di certo revisionismo…
«Manca poco.»
«Dai,» troncò lei. «Un paio di curve e siamo arrivati.»
Sarà anche stato affascinante, quel paesino, ma non si trovava un posteggio nemmeno a pagarlo. Finalmente, sistemata l’auto alla bell’e meglio, Benito annaspò con le sacche in spalla, fino alla piazza dove aveva scaricato Chantal.
«In culo ai lupi, ho dovuto metterla.»
«È delizioso,» disse Chantal, prendendolo a braccetto.
«Sarà, ma ancora non si vede il mare.»
«Dai, musone: andiamo a vedere dov’è il nostro alberghetto.»
Si incamminarono per una viuzza tortuosa e buia.

Sistemate le cose nella pensioncina, dove effettivamente li attendeva una camera prenotata, Benito e Chantal andarono al banco a chiedere qualche informazione.
«Lascia parlare me,» intimò Chantal. «Che tu rovini tutto.»
Benito sbuffò.
«La camera è di vostro gradimento?» chiese il ragazzo in reception.
«Sì, grazie» rispose Chantal. «Senta, un’informazione…»
«C’è il mare da qualche parte?» ridacchiò Benito.
«Sssh, dai… Scherzava, mi scusi. C’è una spiaggia nelle vicinanze?»
«Guardi, una spiaggia vera e propria qui non c’è. Abbiamo il moletto qui sotto. Si arriva in fondo alla via e si prende una scalinata sulla destra, che gira intorno al paese e scende a precipizio. Là si può fare il bagno. Se no…»
«Se no?»
Il ragazzo notò la croce celtica sul polso di Benito ed ebbe un attimo di esitazione.
«Se no c’è Luvano, ma non ve lo consiglio.»
«Perché?»
«È… molto complicato arrivarci.»
«Complicato?»
«Complicatissimo.»
«Vabbè, intanto andiamo al moletto no?» Chantal si voltò verso Benito che annuì controvoglia.
«Tanto valeva andare all’idroscalo.»
«Oh, che noia che sei! Ma guarda che spettacolo, no?»
Tutta gocciolante, Chantal si sdraiò accanto a Benito, sfiorando l’avambraccio del vicino.
«Spettacolo? Sono due sassi in croce e qui siamo in metà di mille, sdraiati sul cemento del molo, per di più.»
Benito, pensò Chantal, non aveva tutti i torti. La scalinata a strapiombo aveva rivelato, subito dopo la svolta, un porticciolo senza spiaggia con un semplice molo che definire un carnaio era poco. Però il mare era bello, sopra si stagliava quel paesino caratteristico e non facevano una vacanza da mesi.
«Dai, buttati anche tu. L’acqua è calda, pensa alla città deserta.»
Benito pensò per un attimo alla voce del Duce che riecheggiava nel condominio deserto, come le città di quel pittore, la metafisica dell’Eur o quello che era, ed ebbe un brivido di rammarico.
Poi fece un sorriso a Chantal, controllò che il tizio accanto in slip attillati non la lumasse troppo e si tuffò nell’acqua fresca.
Ma sì, poteva anche andare per un fine settimana.

Più tardi, davanti a un piatto di fritto scadente, Chantal tornò a tormentarlo sul tatuaggio.
«Non potresti cambiarlo un po’?»
«Cambiarlo?» domandò stupefatto, rosicchiando un calamaro di gomma.
«Che so, addolcirlo.»
«Guarda che questo simbolo esiste da un’eternità.»
«In che senso?» chiese lei succhiando un anello di totano.
«C’era già in India. Nei templi, no?»
«Cioè, prima di Hitler?»
«Certo.»
«E cosa vuol dire?»
«Vuol dire che tutto questo esisteva da molto tempo prima,» azzardò Benito, sull’onda del vino pesante. «Hitler non è importante come l’idea di base.»
Stava avventurandosi su un terreno minato, lo sapeva. Ma Chantal non era agguerrita come i frequentatori di certi forum e la brezza soffiava leggera sulle parole e sul cibo.
«Cioè Hitler non è indispensabile?»
«Eh,» s’impappinò lui.
Per fortuna arrivò il cameriere.
«Caffè? Ammazzacaffè?»

Nel buio della camera, dopo una prestazione non esaltante che imputò alla pesantezza del fritto, Benito si addormentò di schianto.

Fatta la prima colazione, tornarono dal ragazzo in reception.
«Scusi sa, ma il moletto è un po’ troppo affollato. Non è che ci potrebbe dire come arrivare in quell’altro posto. Quel Guzzano…?»
«Luvano.»
«Esatto.»
«Non è per niente comodo arrivarci, vi avviso. E poi… E poi…»
«E poi?»
«Niente, niente. Adesso vi spiego.»
Bisognava superare il punto dove avevano parcheggiato la macchina, trovare una scalinata che scendeva sempre a precipizio, imboccare una specie di sottopassaggio per arrivare dall’altro lato della linea ferroviaria e lì fare una serie di svolte, fino al vero ostacolo. Andava attraversato un tunnel lungo almeno un chilometro, che in buona sostanza passava sotto la roccia su cui era arroccato il paesino.
«Un tunnel?» chiese allibita Chantal.
«Già,» annuì il ragazzo, come a ribadire: Ve l’avevo detto, no? «Credo che sia ancora illuminato, ma sarà meglio se vi portare una torcia.»
«Cioè, non c’è altro modo per arrivarci?»
«Temo di no.»
«E al di là c’è la spiaggia?»
«Sì.»
«E ne vale davvero la pena?»
«Be’,» esitò nuovamente il ragazzo. «La spiaggia è bellissima, sì.»
Benito e Chantal si guardarono. Tanto valeva provare.

Però in paese di torce non ce n’erano proprio.
«Possiamo fare senza,» disse Benito tranquillo.
«Sicuro?»
«Chiaro,» liquidò il problema con un’alzata di spalle. «Non avrai paura del buio?»
«Io, no.»
«Allora dai, non fare la mammola.»
Si incamminarono e ovviamente trovarono ben due scalinate che scendevano verso la linea ferroviaria, così scelsero quella che sembrava più plausibile e cominciarono a scendere i gradini.
«Oh, pare infinita,» disse Benito.
«Perché non chiediamo a qualcuno?» propose Chantal.
Benito s’inoltrò per un viottolo laterale finché non trovò una signora che strappava le erbacce intorno al cancelletto di casa.
«Buongiorno, mi scusi… È questa la strada giusta per la spiaggia di Luvano?»
La signora si tirò su e squadrò Benito da capo a piedi, poi disse: «Sì, è questa».
«Devo continuare a scendere, quindi?»
«Sì, poi trova la ferrovia e deve girarci intorno.»
«Ok.»
«E poi c’è il tunnel.»
«Me l’hanno detto. È molto lungo?»
«Abbastanza,» rispose lei. «Ma non è quello. Il punto è che non c’è più la luce.»
«Neanche un po’?»
«È saltata, credo, un anno fa. Ma una torcia ce l’avete, vero?»
«No, ma… Insomma non sarà poi così terribile…»
La donna fece una smorfia scettica. «È un tunnel lungo, molto lungo. Molto, molto lungo.»
Rimasero a guardarsi in silenzio.
«Vabbè, ci arrangeremo. Grazie.»
Benito girò i tacchi e fece qualche passo, quando la signora gli gridò qualcosa. Qualcosa che non comprese.
«Come?» domandò.
«E poi ci sono quelli…»
«Quelli?»
«Quelli…»
La signora fece un buffo gesto con la mano e sparì dentro casa, lasciandolo lì nella luce abbacinante. Non c’era un’anima, solo il silenzio della scarpata vuota. Per un attimo a Benito quel luogo parve disabitato, spaventoso. Un lieve frinire di cicale dava al tutto un sentore di eternità quasi funebre. Pensò ai libri delle Edizioni Esoteriche, che ogni tanto sfogliava sul cesso. O alle parole del Vate, che però non ricordava mai con esattezza. Roba sul meriggio, che gli fece venire un brivido. Si affrettò a tornare verso la scalinata.

«Allora?»
«È giusto per di qua,» fece segno Benito, senza accennare alle strane parole della signora.
«Che hai? Sei sbiancato…»
«Niente, niente,» rispose con un filo di voce. «Un calo di pressione.»

Arrivati alla base della scalinata, approdarono al sottopassaggio, che attraversarono in fretta. Non vedevano l’ora di arrivare a questo benedetto tunnel, per poi sdraiarsi sulla meravigliosa spiaggia di Luvano. Le viuzze erano costeggiate da case abbandonate e capannoni vuoti. Era proprio strano che la bellezza si nascondesse dietro a un tale squallore. Ma forse, pensò Chantal, era come in certe fiabe dove per arrivare al giardino incantato è sempre necessario attraversare un bosco irto di pericoli e insidie.
E questo la bloccò.
«Benny, non sarà pericoloso?»
Benito avrebbe voluto rassicurarla, se non che le parole della signora avevano preoccupato anche lui e quindi avrebbe tanto voluto essere rassicurato a propria volta.
«Ma va’,» balbettò. E poi, in un sussulto di ragionevolezza, prima ancora che di mascolinità. «Siamo al mare, cazzo!»
Detto questo la guidò verso l’ultima svolta. Ad attenderli, dietro l’angolo, c’era la nera imboccatura di un tunnel che spariva nella montagna.

Benito aveva imparato a considerare il colore nero come fraterno. Affidabile. L’assenza di colore e di emozioni, la tinta inflessibile della bella morte e del sacrificio, ma anche della rigenerazione. Il potere del fascismo. Aveva letto da qualche parte che l’antico Egitto era detto “terra nera”, cioè fertile perché ricca di limo. Ma ora, davanti a quel nero vacuo e muto, sentì vacillare la propria fiducia. E, per la prima volta dopo la morte del padre (“Chi è stato a rompere quel vaso?” la voce imperiosa che lo rincorreva per le stanze), avvertì un tremore alle gambe.

«Possibile che per andare a fare un bagno si debba attraversare un cazzo di tunnel?» imprecò Benito.
Se ne stavano lì, con le pinne e le maschere e il boccaglio, come due cretini, davanti alla bocca nera a guardarsi intorno senza sapere che fare.
«Embè, che si fa?»
«Che si fa, Chantal… Che ti devo dire?»
Si inoltrò di qualche passo dentro la galleria. Non si vedeva nemmeno un leggero chiarore, manco a pochi metri. Niente. Un tetro, cupo, fosco silenzio, enfatizzato dalla vaga eco di un gocciolio. Un film d’orrore, puro e semplice.
«Non si vede niente. Te la senti?»
«Se no?»
«Se no, si aspetta.»
«Si aspetta cosa?»
«Qualcuno… Qualcuno con la torcia.»
Sotto il sole a friggere, anche per la rabbia, e il tempo sembrava non passare mai. Poi un essere umano apparve dietro l’angolo. Aveva un cappellino da baseball, la maglietta dell’Italia e un’andatura pimpante. Soprattutto, in mano aveva una torcia.
«Ciao ragazzi!» disse con naturalezza. «Siete rimasti bloccati?»
«No, è che…» rispose Chantal. «Non ci siamo mai venuti e non abbiamo trovato una torcia.»
«Non siete mai venuti a Luvano?» esclamò il tizio. «Ma è il paradiso. E non solo dei nudisti…»
«Nudisti?»
«È bello vedere anche qualche etero in spiaggia,» continuò quello, senza notare il loro stupore. «Altrimenti sai che barba…»
Quelli. In quel momento Benito capì cosa intendeva la signora. I mostri di Luvano: nudisti omosessuali.
In quell’istante, senza farsi notare, Chantal allungò una mano per coprire la svastica che spuntava appena dalla manica corta della maglietta di Benito. Ma il tizio sembrò accorgersene, perché disse: «Sai che non è sbagliato riappropriarsi di quei simboli lì? In fondo nei templi indù rappresentava semplicemente il sole e qui certo non manca.» Sorrise. «Carina, la maglietta.»
Benito si rese conto in quell’istante che portava la maglietta del negozietto Doggy Style. Non fecero in tempo a riflettere che dietro l’angolo spuntò una nuova pattuglia di uomini. Dieci-dodici mostri di Luvano in assetto da combattimento.
«Per fortuna c’è qualcuno, ragazze!» gridò il primo. «C’eravamo dimenticati la torcia!»
«Allora ragazzi, facciamo un piano,» disse quello con la maglietta dell’Italia. «Io capofila, con la torcia. Voialtri dietro di me. Sarà meglio che ci teniamo tutti per mano, in modo da non perderci.»
Chantal guardò Benito dritto negli occhi. Il suo sguardo diceva: pensa all’acqua fresca e al caldo infernale in città, ti scongiuro. Ti prego. Lo prese per mano, un po’ perché così si era detto di fare e un po’ per rassicurarlo. Il dramma era l’altra mano, perché il capofila allungò la sua verso Benito, il quale avrebbe volentieri risposto con una testata sul naso ma – tra il nervosismo di Chantal, il bisogno di fare il bagno e l’attesa degli altri mostri, già tutti mano nella mano – si sentì costretto a stringere quella decadenza fatta persona e a partecipare a quell’oscena catena umana. O meglio disumana, visto gli altri anelli che la componevano (Chantal compresa, complice di quella feccia).
Così si inoltrarono nel buio.

Era davvero molto fitto e sarebbe stato quasi impossibile attraversarlo senza una pila. Perfino la luce della torcia, che pure era subito davanti a Benito, lottava a fatica per non essere risucchiata dalle tenebre. L’umidità intirizziva il corpo e una goccia cadeva qui e là mettendo i brividi.
Un passo dopo l’altro. Non bisognava avere paura, pensò Benito. Davanti sentiva il fiato del capofila e dietro quello di Chantal.
Il calore delle mani gli diede una sensazione indefinibile. Forse di smarrimento. O di vertigine.
Fu in quel momento che accadde qualcosa.
Il bollore delle mani divenne quello di una sola, quella davanti.
La presa salda e asciutta del capofila gli comunicò una sensazione dapprima di sicurezza, proprio quella che non era riuscito a comunicare a Chantal poco prima. Quindi di tranquillità, o forse di languore. L’immagine di un raro sorriso paterno si fece strada in lui e si sovrappose ai momenti del Mussolini più felice, durante la marcia su Roma. O ancora prima: alla direzione del “Popolo d’Italia”…
Languore, sì.
Finché in quel buio non ci fu che la mano salda dell’uomo davanti – padre o duce, che fosse – e all’improvviso all’inguine si fece strada una poderosa erezione che Benito non ostacolò. Non più revisionismo, solo verità. Come la libreria che avrebbe tanto voluto aprire.
Perse la mano di Chantal e non se ne preoccupò. A un tratto sentì una musica distante, come un valzer o una marcetta, lieve e angelica. La mano dell’uomo con la maglietta dell’Italia lo scortò di lato, con un passo leggero dove a guidare era lui e non Benito. E dove lo guidò? Dove guidò Benito Frangipane, Benny per la fidanzata e Mastino per i camerati?
Lo guidò fra i mostri di Luvano. E tutto fu molto, molto dolce.

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Questa voce è stata pubblicata in Numero 7, Racconti. Contrassegna il permalink.

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