George C. Dumitru, “Opulenza”

Oggi mi sono svegliato prima del solito. Mi colava il sangue dal naso, forse per questo. Mi sono guardato nel pezzo di specchio che tengo sempre a portata di mano e ho gioito. Era una di quelle strisce di sangue di tutto rispetto, ancora fresca. Non aveva iniziato a sanguinare da molto, non aveva fatto in tempo a seccarsi. Me la sono spalmata per bene intorno all’occhio destro, anche più su del sopracciglio. Non si sa mai quale effetto possano produrre sulla gente un paio di gocce di sangue. Poi mi sono messo gli scarponi e ho gioito nuovamente perché ero riuscito a far entrare l’alluce nel buco. Adesso fuoriusciva, mettendo l’unghia in mostra. Avevo un’unghia larga, giallo-marroncina, sporca di nerume al di sotto e ai lati. Lo scarpone destro non si era ancora rotto. Ma non ci mancava molto, sentivo il cuoio consumato all’interno. C’eravamo quasi. Non mi sono dovuto sforzare di allacciarmeli perché i lacci non ce li avevo più. A dire il vero non li avevo mai avuti, non sopporto come mi stringono, mi comprimono i piedi, forse per questo. E poi, con gli scarponi slacciati, è più difficile camminare. L’andatura si deforma e così si produce il massimo dell’effetto. Ti devi trascinare i piedi appresso, facendo pressione con gli alluci per non rimanere scalzo per strada. Ancora meglio se gli scarponi sono più grandi del dovuto. Proprio come lo sono i miei. Così per me sarebbe stato più facile impietosire la gente, soprattutto grazie al sinistro, per via dello strappo. Il dito, una volta entrato lì, ancorava lo scarpone e il rischio di rimanere col piede fuori era minimo, praticamente inesistente. Rimanere scalzo in mezzo alla strada è una gran vergogna. Spezza l’incantesimo. Trascinare i piedi ha poi un altro vantaggio. Ti immobilizza le ginocchia, te le tiene dritte. Arrivi a muoverti come sui trampoli, solo che non sei in alto.

Questo è quel che conta. L’andatura è molto importante, vale da sola il cinquanta per cento dell’impressione generale. Il resto dell’immagine dipende dall’abbigliamento e dalla capigliatura. Io mi difendo bene su entrambi i fronti. Soprattutto per quanto riguarda i capelli. Li porto all’insù e incrostati di polvere. Sono castano, ma il colore non si vede più. In realtà, se mi guardo bene allo specchio, mi rendo conto che i miei capelli sono grigi, piuttosto. Come se avessi dormito nella cenere. Per via delle impurità, forse per questo. L’orecchio non mi si vede a causa dei capelli lunghi. Né il sinistro, né il destro. Per un certo verso mi dispiace, ho delle orecchie particolari, grandi, a sventola, piene di nerume. Ho dovuto sacrificarle però, i capelli sono più importanti. Ho posato lo specchio e mi sono alzato. Non avevo fame, era ancora presto. Ma ero tutto indolenzito, forse per questo. Avevo dormito rannicchiato, con le ginocchia piegate, e non avevo avuto modo di stendere le gambe. Alle volte muoio dalla voglia di distendere le gambe. Ma il mio riparo è piuttosto stretto e non me lo consente. Dovrò trovarmene uno nuovo. È difficile trovare un buon posto. È molto difficile. Qui ci stanno facilmente due persone, ma solo così, con le ginocchia al petto. Comunque mi ci sono abituato. Solo che ogni tanto devo fare un po’ di movimento. Quindi mi sono alzato e mi sono messo in marcia. Ho scelto il marciapiede sinistro, era più sgombro. Sul lato sinistro non circolavano in tanti. C’erano molte buche, forse per questo. E alcune erano piene d’acqua, aveva piovuto la notte prima. Strano, non me n’ero accorto, avevo dormito profondamente. E non avevo sognato, non sogno mai. Ho il sonno pesante, di piombo. Nero. E profondo. Niente mi può turbare. Così mi sono abituato nel corso degli anni. Il mio organismo cioè, non io. Ho messo il piede in una pozzanghera, mi sono rinfrescato i piedi. Mi è entrata acqua negli scarponi e per un po’ mi è piaciuto sentire i piedi freddi e umidi. In seguito il rumore ha iniziato a darmi sui nervi, quindi me li sono tolti e li ho scolati. Rialzandomi ho urtato un opulento. Passava di là e credo che non mi avesse visto, forse per questo. Non mi piacciono gli opulenti. Mettono la pancia in bella mostra. E pure il doppio mento, e le guancione e tutto il resto. Li detesto, li detesto più delle vecchie. Anche le vecchie mi stanno sui nervi. E pure parecchio. Le ucciderei se potessi, le ucciderei tutte. Gliele sbriciolerei quelle ginocchia per quanto già mezze nella fossa. Ma non lo farei con le mie mani, questo no. Non sono capace neanche di schiacciare una mosca, forse per questo. Lo farei fare a qualcun altro. Le vecchie e gli opulenti, solo loro. Che li rinchiudessero tutti in qualche camera a gas! Così la gente si sbarazzerebbe dei pidocchi. L’opulento che camminava a passo spedito si era fermato. «Togliti di mezzo!» mi ha detto. «Perché?» gli ho chiesto. «La strada è anche mia». E sogghignai senza muovermi di un millimetro. «Col cavolo che lo è!» mi ha risposto. «Fa’ sparire la tua carcassa una buona volta, ché ho fretta!» mi ha detto. E mi ha piazzato un calcio nel culo. «Baciami il culo!» gli ho detto. «Succhiami il capezzolo!» gli ho detto. E gli ho fatto vedere il culo. Poi iniziai a schiamazzare per attirare l’attenzione. Me ne stavo a culo fuori e schiamazzavo come un delfino, facevo iii, iii, iii, iii. Gambe in spalla, l’opulento era sparito dietro l’angolo. Ma io continuavo, facevo iii, iii, iii come un delfino. Una vecchietta mi passò accanto e si fece il segno della croce. Rimase incredibilmente sorpresa, forse per questo. Feci finta di andarle incontro per spaventarla, ma se la diede a gambe alla velocità massima che quelle ginocchia già mezze nella fossa le permettevano. Mi rivestii e ripresi il mio cammino. Non avevo ancora fame. A quell’ora non ho mai fame. Più tardi sì. Mi sono abituato a mangiare poco, una o due volte al giorno. Mi fermai all’incrocio, stavano passando delle macchine. Di solito non mi fermo, non me ne frega niente delle loro macchine. Ma questa volta erano tante e venivano da tutte le direzioni. Qualcuna avrebbe potuto prendermi in pieno. E sarei finito in ospedale. Non mi piacciono gli ospedali. Mi irritano. Sono tutti vestiti di bianco, forse per questo. E c’è odore di iodio, forse per questo. Ho attraversato la strada e mi sono attaccato a una vetrina. Molti opulenti stavano mangiando. Tirai fuori la lingua e l’attaccai al vetro. Divaricai le narici e le attaccai al vetro. Gli opulenti continuavano a mangiare. Mi misi a saltellare su un piede, mantenendo la faccia attaccata al vetro. Un opulento mi vide e fermò il cucchiaio a mezz’aria. Fece un cenno a un altro opulento che mi vide e rimase col cucchiaio a mezz’aria. Gli feci un ghigno ostile saltellando su un piede. Gli opulenti mi guardavano sconcertati, con i cucchiai in aria. Poi uscì una signora vestita di bianco e mi gridò contro. «Tu, vattene da lì!» mi ha detto. «Via!» mi ha detto. «Sparisci!» mi ha detto. Mi sbottonai la giacca. Staccai la lingua dal vetro e gliela feci vedere. La muovevo avanti e indietro, da sinistra a destra, sfregandomi il capezzolo destro. «Mi vuoi?» ho chiesto. «Mi vuoi?» le ho detto. Mi sfregavo il capezzolo sempre più forte e mi avvicinavo a lei. «Mi vuoi?» le ho chiesto. «Eh, mi vuoi o no?» le ho detto. E mi misi a ululare. Uuu, facevo uuu, come un lupo. Mi sfregavo il capezzolo e ululavo, uuu uuu, come un lupo. Corse subito dentro e tornò con una signora scopa. «Brutto sporcaccione maledetto» mi ha detto. «Sparisci da qui sennò ti faccio vedere io» mi ha detto. E mi piazzò un colpo sulla schiena col manico della scopa. Misi le gambe in spalla e me la svignai. Mi bruciava la schiena, forse per questo. Non mi piace prenderle. Così mi fermai e glielo feci vedere. Ma da lontano, per non farmi colpire ancora. Mi abbassai i pantaloni e me lo scrollai verso di lei. «Bleaaaah!» le ho detto. «Uuuaa, battona!» le ho detto. E fu una gioia vederla precipitarsi alla porta per rientrare. Per la vergogna, forse per questo. Poi me ne andai soddisfatto. C’era molta gente in giro, vecchie e opulenti a più non posso. Uno mi gridò contro, «ma non ti vergogni? maiale!» mi ha detto. «Schifoso!» mi ha detto. «No, non mi vergogno» gli ho risposto alitandogli in faccia. «Perché dovrei?» gli ho chiesto. «Non è mica vietato!» gli ho detto. E gli sganciai accanto una scoreggia. Subito dopo me la diedi a gambe perché voleva suonarmele. Riuscì comunque a piazzarmi un calcio nel culo. Mi ci ero abituato ai calci nel culo e ormai non ci badavo più. Questa era la reazione della gente, ma non me ne fregava più niente. Passai all’altro marciapiede, lì c’erano meno persone. Era più sgombro. Fanno così, a loro piace ammassarsi, dove ce ne sono già due ci va pure il terzo. Amano sbattere l’uno contro l’altro, forse per questo. A me piacciono gli spazi liberi. Arieggiati. Mi piace vedere il cielo in lontananza. E pensare di volare. Quanto mi piacerebbe saper volare! Guardarli con disprezzo dall’alto. Cadere in picchiata e poi raddrizzarmi di colpo. Come un gabbiano. Distesi le braccia, le distesi a mo’ di ali. Chii, facevo chii, come un gabbiano, chii, chii e mi misi a correre muovendo le braccia. Chi lo sa, forse un giorno ci riuscirò davvero a volare. Quando morirò, sicuramente. Chii, chii! Stavo muovendo le braccia quando andai a sbattere contro un guardiano, che mi acchiappò per le orecchie. «Ma cosa ti credi, che la strada è tua?» mi ha detto e mi ha dato una sberla. Gli ho fatto una smorfia e me la sono data a gambe. Non c’è da scherzare con i guardiani. Hanno manganelli di gomma che bruciano da morire. Poi girai l’angolo e mi ritrovai nel parco. Si sta bene nel parco. Ci sono tanti alberi, forse per questo. E di notte c’è così tanto silenzio da farti ronzare le orecchie. Se non soffia il vento. Quando soffia il vento sembra che gli alberi ti parlino. Si lamentano. Sono tristi, forse per questo. Se non ci fossero i guardiani mi trasferirei qui. Per ascoltare i loro lamenti. Adocchiai mezza sigaretta per terra e me ne rallegrai. Era da tanto che non fumavo una sigaretta. La gente non butta quasi più le sigarette a terra. Diciamo che è più educata. Sembra che sia più premurosa. Raccolsi la cicca e mi sedetti su una panchina. La fumerò più tardi, mi sono detto. Dopo aver mangiato. Mi appoggiai alla panchina con le braccia distese e con lo sguardo all’insù. Il cielo non lo vedevo per via degli alberi. Ma sapevo che era lì, da qualche parte, blu e sereno. Chiusi gli occhi e mi immersi nel torpore. Avevo quasi iniziato a sognare quando qualcosa mi sfiorò la gamba. Aprii gli occhi. Era un cane opulento che si sfregava contro il mio scarpone. Aveva visto il mio dito fuoriuscire dal buco e voleva acchiapparlo tra i denti. Ho piazzato un bel calcio in quel culo di cane, poi mi sono guardato intorno. Sembrava che non mi avesse visto nessuno e tirai un sospiro di sollievo. Gli opulenti diventano molto violenti quando si ha a che fare con i loro cani. Diventano molto aggressivi quando si tratta dei loro cagnacci. Gli diedi un altro calcio e lo feci rotolare due metri più in là. Mi guardai di nuovo intorno e tirai un altro sospiro di sollievo. Ero in salvo. Mi alzai con l’intenzione di dargli un altro calcio quando vidi i suoi padroni seduti su una panchina in un angolo. Una vecchia e un opulento anziano. Gli opulenti anziani si vedono di rado, di solito sono del tutto avvizziti. Hanno già un piede nella fossa, forse per questo. Questo qui, comunque, sembrava di no. Si potrebbe dire che avesse l’intenzione di voler continuare a vivere. Il cagnaccio corse velocemente verso si loro e si fermò lì. Lo lasciai perdere e mi immersi nuovamente nel torpore. Chiusi gli occhi pensando di volare. Com’è bello trovarsi sopra la massa, mi sono detto. Vederli tutti più piccoli di te, giovani o vecchi che siano, mi sono detto. Sono rimasto così a occhi chiusi per un bel pezzo. Poi mi è venuta improvvisamente fame. Così mi prende la fame. Tutta d’un colpo. Mi sono alzato dalla panchina con l’idea di cercarmi qualcosa da mangiare. Mi sono guardato intorno e ho gioito. Sembrava che la fortuna mi arridesse. Il vecchio opulento aveva appena sprecato un bel pezzettone di salame gettandolo al cagnaccio. La bestiaccia gli girava intorno ma non si decideva ad azzannarlo. Sorrisi ed entrai in azione. Sogghignai e mi misi in posizione. Affondai le mani nelle tasche come fanno i poco di buono. Se avessi avuto un berretto me lo sarei tirato giù sulle orecchie, come fanno i poco di buono. Alzai i risvolti della giacca e conficcai il mento nel petto, come fanno i poco di buono. Mi avvicinai piano piano, trascinandomi appresso il piede destro. Una volta arrivato, mi sono fermato e mi sono chinato. Gli opulenti sulla panchina mi osservavano con lo sguardo bovino, non capivano cosa volessi. Poi mi sono girato dando loro le spalle e mi sono collocato di fronte al cane. Gli ho piazzato con precisione un calcio, ho afferrato il salame e sono sfrecciato via. Correvo a più non posso con il vecchio opulento alle calcagna. «Maledetta canaglia!» gridava. «Maledetto vagabondo!» urlava. «Ti uccido! Fanculo a chi ti ha messo al mondo e a tutta la sua stirpe!» strillava. Un altro opulento mi comparve davanti e mi bloccò il passo. Svoltai riuscendo così a sfuggire alle sue mani pelose. «Acchiappalo, acchiappalo che lo uccido!» gridava il vecchio. Correvo a più non posso con due opulenti alle calcagna. Avevo iniziato a stancarmi. Gli scarponi mi appesantivano, ma non volevo perderli. «Cosa le ha rubato?» sentii. «Il salame del mio Bonbon! E gli ha dato anche un calcio, scellerato maledetto!» gli sentii dire. «Se lo acchiappo lo uccido!» disse. Avevo iniziato ad avere paura, gli opulenti diventano molto aggressivi quando si ha a che fare con i loro cani. Diventano molto violenti quando si tratta dei loro cagnacci. Sono uscito dal parco respirando con difficoltà, gli scarponi mi appesantivano. Il destro mi si era rotto, adesso c’era un buco per ciascuno dei miei alluci. Sia per il destro che per il sinistro. Attraversai la strada dritto tra le macchine. Il suono dei clacson mi assordava. Nessuna frenò ma almeno non mi investirono. Meno male, sennò sarei finito in ospedale. E a me non mi piacciono gli ospedali. Lì si vestono tutti quanti di bianco, forse per questo. E c’è un odore di iodio insopportabile, forse per questo. Mi lanciai un’occhiata alle spalle. C’era ancora un opulento, il vecchio, che mi rincorreva a tutta velocità. Voleva pestarmi. Quanto avrebbe voluto pestarmi! Sembrerebbe che fosse disposto a sacrificare la propria vita pur di potermele suonare. Ma io mica me le faccio suonare così facilmente. Se fossi stato uno che si fa pestare facilmente, sarei già morto da un pezzo. Sarei perduto da un pezzo. Girai a sinistra passando tra i cassonetti dell’isolato. Agli opulenti non piace indugiare tra i cassonetti dei rifiuti. Gli dà il voltastomaco. Gli fa schifo. Come se non li avessero prodotti loro quei rifiuti. Come se loro non fossero pieni di rifiuti. Come se non espellessimo gli stessi rifiuti, solo perché loro hanno il water col coperchio, mentre io mi accontento dell’asfalto. Forse io ne produco un po’ meno, perché mangio di meno. E l’organismo assimila. Durante la fuga rovesciai alcuni sacchetti di plastica pieni. Così, per sbarrargli la strada. C’era un brutto odore, perfino per me. Non lo sentivo più. Si era fermato, forse per questo. Se ne stava col pugno alzato verso di me e borbottava tra sé e sé. Gli mostrai il culo e svoltai in una stradina. Continuai a camminare per un po’ per essere sicuro di essere in salvo e mi sedetti sul marciapiede per riposarmi. Respiravo a fatica. Tirai fuori l’accendino con l’intenzione di accendermi il mozzicone di sigaretta. Non vado mai da nessuna parte senza il mio accendino. Ci tengo molto. L’avevo fregato dal tavolo di un opulento tempo fa. Mi aveva rincorso per quasi mezz’ora prima di prendermi, ma non mi aveva potuto far niente perché l’avevo inghiottito. L’avevo inghiottito mentre mi gonfiava di botte. Rimase a bocca aperta quando vide la scena. Lo recuperai subito dopo espellendolo dal culo. Meno male che non era grande. Mi accesi il mozzicone di sigaretta e aspirai con avidità. Non potevo aspettare di mangiare prima. La corsa mi aveva fatto venire voglia di tabacco. La vita è un fumo, mi sono detto. Tutta la vita è un fumo di sigarette scadenti, mi sono detto amareggiato. Avrei voluto che almeno ogni tanto fosse stata un fumo di sigarette buone, come le loro. Così, perché avesse un buon odore. Poi mi sono tolto la polvere di dosso. La preferisco così, mi sono detto. Un fumo più forte, mi sono detto. Più ruvido, mi sono detto. Da aspirare con avidità e a pieni polmoni, mi sono detto e ho fatto un altro tiro avido. Poi ho buttato la cicca, era finita. E ho azzannato il salame, per calmare la fame. Però avrei mangiato ancora qualcosa. Avrei ingurgitato qualcosa d’altro. Mi alzai e mi diressi verso il mio riparo. Lì avevo qualche provvigione per i giorni più difficili. Oggi non era proprio un giorno difficile, ma ero stanco. La corsa mi aveva stancato. Tanti opulenti oggi, tanti tanti, mi sono detto. Arrivai rapidamente al mio posto. Ma che sorpresa! Lì ci trovai una guercia che si era rannicchiata per entrarci, proprio come faccio io. Se ne stava con le ginocchia al petto, non poteva distendere le gambe. Non è facile trovare un posto ampio. Non è per niente facile. La conoscevo questa guercia, l’avevo vista già altre volte. Mi aveva ronzato attorno un paio di volte, ma l’avevo sempre scacciata. Adesso non mi aveva sentito. Stava dormendo, forse per questo. Le ho dato un calcio per svegliarla. «Cosa ci fai qui?» le ho chiesto. «Sparisci!» le ho detto. «Via di qui!» le ho detto. «Fuori dalle palle!» ho aggiunto. La guercia si è svegliata intontita e ha lanciato il suo mezzo sguardo verso di me. Non mi aveva riconosciuto alla prima occhiata. «Questo è il mio posto» le ho detto. «Qui non hai niente da fare» le ho detto ancora. «Tornatene da dove sei venuta» le ho detto poi e le ho dato un calcio nella coscia. Iniziò a sfregarsi dove l’avevo colpita, ci avevo messo troppa forza a quanto pare. Poi capì che ero, mi conosceva, mi aveva già ronzato attorno un paio di volte. Ma l’avevo sempre scacciata. Iniziò a ridacchiare hhh, hhh faceva, come una locomotiva, hhh, hhh, mettendo in mostra i denti sporchi. Gliene mancava uno, aveva un buco proprio sul davanti. Continuava a fare hhh, hhh, come una locomotiva, senza un dente. Era brutta questa guercia, ma brutta forte. Le ho dato un altro calcio, così, solo per la sua bruttezza. Si è rattristata, le è scomparso dalla faccia quel sorriso bucato. Adesso mi guardava serenamente, con un occhio fuori e l’altro dentro. Brutta, era proprio brutta questa guercia. Volevo prenderla per i capelli e scacciarla, ma anche la sua vita è un fumo, mi sono detto. Un fumo di sigarette scadenti, mi sono detto. E mi sedetti accanto a lei. Rovistai là dietro e le diedi un pezzo di pane dalle mie provvigioni. In fondo sempre di fumo si tratta, mi sono detto mentre la guardavo come sbranava il pezzo di pane. Aveva fame, forse per questo. Finito di mangiare mi sorrise. Mi sorrideva senza un dente. Poi iniziò ad accarezzarmi. Diciamo, per ringraziarmi. Con affetto, mi sembrava. In fondo sempre di fumo si tratta, mi sono detto e mi lasciai accarezzare. Ruvido, un fumo forse più ruvido del mio, perché io non guardavo verso dentro. Io vedevo solo al di fuori. A volte avrei voluto vedere cosa c’è dentro di me. Girare l’occhio verso dentro. Ma forse mi sarei spaventato. Forse me la sarei data a gambe. Forse non ci avrei visto niente. Sono vuoto, forse per questo. Sono vuoto, sicuro. Ma forse è meglio. Diversamente avrei voluto tante cose e mi sarei stancato a rincorrerle. Inutilmente, direi. Perché la vita è un fumo, direi. La guercia continuava ad accarezzarmi. Le toccai il viso lentigginoso e lei alzò lo sguardo. Brutta, era proprio brutta, con un occhio che guardava verso fuori e l’altro verso dentro. Chissà cosa ci vedeva là dentro. Forse niente. Forse era vuota, proprio come me. Era un fumo anche lei. Le tolsi la canottiera e le scoprii le tette. Ne presi una in mano e la strinsi. Iniziò a gemere, le piaceva, forse per questo. Le tolsi i pantaloni e la toccai lì. Gemeva ancora più forte, le piaceva direi. Poi la spogliai e mi ci misi sopra. Era da tanto che non avevo una donna. In queste condizioni è difficile trovare una donna. Forse, se avessi avuto un riparo migliore… Un posto nel quale poter distendere le gambe. È difficile trovare un buon posto. La guercia gemeva sempre più forte. Sembrava che le piacesse. La girai di spalle e la presi da dietro. «Seah!» faceva la guercia, le piaceva. Una vecchia ci passò accanto. «Ahi, ahi, svergognati!» diceva. «Ahi, ahi, che Dio vi punisca» diceva. «Svergognati, in mezzo alla strada, come i cani!» diceva. Bau! le abbaiai contro, senza fermarmi. Bau, le dicevo mentre mi davo da fare. Seah, seah, faceva la guercia come una cagna, faceva seah, seah. Bau, facevo io, come un cane, bau, bau, verso la vecchia che se ne andò in fretta facendosi il segno della croce. Gliele avrei proprio spezzate quelle ginocchia per quanto già mezze nella fossa. Passarono anche altre persone, perfino alcuni opulenti. Ma me ne fregavo. Questo è il mio vantaggio. Mi permetto di fregarmene. Mi permetto di essere vuoto dentro. Seah, seah, faceva la guercia e io mi permettevo di scoparmela. Faceva seah, seah, come una cagna svergognata. Dopo aver finito mi rannicchiai nel mio rifugio. La guercia mi prese in braccio e ci stavamo comodi, anche se con le ginocchia al petto. Mi terrò questa guercia vicino, mi sono detto. Forse cercherò un posto più spazioso, mi sono detto. Lo troverò di sicuro, mi sono detto. Saremo in due per un po’ di tempo e non possiamo stare qui, mi sono detto. Poi mi immersi nel torpore. Chiusi gli occhi e mi immersi nel torpore. Forse sognerò, mi sono detto. Chi lo sa, magari oggi sognerò.

Traduzione di Ileana M. Pop

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Questa voce è stata pubblicata in Numero 7. Contrassegna il permalink.

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