Felix Bruzzone, “Fumare sotto l’acqua”

Nel marzo del ’76 scomparve mio padre. Ad agosto nacqui io, il 23. E a novembre, due giorni prima della nascita di mia cugina Lola – con la quale mi sposai a 27 anni – scomparve mia madre. Mio zio Hugo – padre di Lola – dice che nel ’78, di fronte a una TV appena comprata, già gridavo “tin-tina, tin-tina”. Dopo quest’episodio, e prima che mi sposassi, accaddero diverse cose. Mia nonna – quella che mi allevò, la madre di mia madre – riuscì a farmi ottenere una borsa di studio nella scuola privata in cui feci asilo, elementari, medie e superiori[1]. Anche durante questo periodo accaddero diverse cose. In terza elementare mia nonna mi mandò da uno psicologo, il quale, in una delle prime sedute, quando gli chiesi se sapeva com’erano morti i miei genitori, mi consigliò di chiedere a casa. E mia nonna, che fino a quel momento mi aveva detto che me lo avrebbe raccontato quando sarei stato più grande, me lo raccontò. Quindi in terza elementare ero già grande. Un giorno lo psicologo mi disse: “Ho una barca a vela, vuoi imparare a navigare?” “Sì”, dissi, e navigammo insieme per quasi quattro anni. In tutto quel tempo, oltre a pensare al triste destino che avevano avuto i miei genitori, diventai amico del figlio del mio psicologo e di un altro ragazzo, anche lui figlio di desaparecidos, veniva in barca con noi. Un’estate, la nonna di questo ragazzo affittò una casa sulla spiaggia e mi invitò ad andarci con mia nonna. Questo accadde prima che cominciassi le superiori. Poco dopo, il mio psicologo morì e io non navigai più. Andare al suo funerale fu come andare al funerale di mio padre, con la differenza che lui aveva un altro figlio e che, in realtà, non era mio padre. Alle superiori mi cambiarono di gruppo, quindi mi feci dei nuovi amici, e visto che tutti fumavano, imparai a fumare. Mia nonna, all’inizio, mi diceva di non fumare, che non faceva bene e che le ragazze mi avrebbero guardato comunque. Ma io continuavo a fumare e per lei, alla fine, era lo stesso. Il sabato sera andavo da un ragazzo che organizzava sempre feste in casa sua. Viveva con sua madre – che viaggiava molto – e con le sue tre sorelle. Suo padre era un’incognita. Era vivo, ma credo che per il mio amico sarebbe stato meglio se fosse stato morto. Con il tempo, svuotammo tutta la cantina di casa e fumammo tutti i pacchetti di sigarette che la madre portava dai suoi viaggi. Una volta, una delle sue sorelle mi diede un bacio e io me ne innamorai. Ma mi passò: dava baci a chiunque. Al quinto anno, mio zio Hugo mi regalò un sassofono tenore. Ne volevo uno da tempo, ma visto che nessuno si poteva permettere di comprarmelo, mi ero rassegnato. Presi alcune lezioni e non ci misi molto a formare un gruppo funk. Era strano: nessuno dei ragazzi del gruppo fumava. Bevevano solo whisky e sniffavano cocaina. Così cominciai anch’io con questa roba e passai alcuni momenti intensi. Un notte, durante una pausa, recitammo in bagno una scena di Quei bravi ragazzi. Io non avevo visto il film; adesso, ogni volta che lo vedo, quella scena mi fa ridere tantissimo. Lola mi chiede sempre perché rido e io, dato che non conosce perfettamente questa parte del mio passato, non le dico mai nulla. Successivamente il gruppo si sciolse. La ragazza del bassista era rimasta incinta e lui decise di cambiare vita. Il giorno in cui se ne andò, sorprendentemente del tutto sobrio, ripeté più di dieci volte la parola “priorità”. Mi restò impresso. Io, a differenza sua, non avevo priorità. Dovevo studiare, sì, questo diceva mia nonna, però io non volevo o non potevo, non saprei. In ogni caso, studiare non era la mia priorità. Così rimasi, senza priorità, fino a che un giorno, in un programma TV, vidi che alcuni figli di desaparecidos si erano riuniti. La prima cosa che pensai fu chiamare il mio amico degli anni della navigazione. Mia nonna mi disse che adesso viveva con un amico. Gli telefonai. L’amico, prima di riagganciare, chiaramente geloso per via della mia chiamata, disse: “Il mio ragazzo non c’è”. Passarono alcuni mesi. Un pomeriggio, finalmente, visitai la sede di H.I.J.O.S. in via Venezuela, dove mi feci un’idea di cosa facevano e, anche se nessuna delle attività mi interessava troppo, rimasi. In realtà, ciò che mi interessava di più era Gaby. Lei non era figlia di desaparecidos, si trovava lì perché le piaceva aiutare. Inoltre, era un’esperta fumatrice di marihuana, argomento che io non conoscevo molto bene e sul quale mi insegnò ogni cosa. Fumavamo insieme e io mi sentivo bene. A volte, all’uscita dalle riunioni, camminavamo fino al lungomare, ci baciavamo, e dopo entravamo nella riserva e raggiungevamo il fiume; e se faceva caldo sguazzavamo scalzi nel fango. Era assurdo, però Gaby, che non aveva genitori desaparecidos, era capace di qualunque cosa per farmi partecipare ogni volta di più. Però non so se la militanza in H.I.J.O.S. fosse dovuta a me, credo di no. In più, all’epoca sentii qualcosa sugli indennizzi che avrebbe dato il governo. Non ero sicuro di voler avviare le pratiche, ma non appena lo feci, Gaby, che non era d’accordo, mi lasciò. Che sfortuna, pensai, a me quelle che lei chiamava “briciole” potevano servire. Quando ricevetti i titoli che mi diedero li vendetti e, senza sapere cosa fare, cominciai a uscire con quei due o tre compagni di scuola che mi restavano. Ce la passavamo bene, però avevo sempre la sensazione che mancasse qualcosa. Una notte, in un bar, conobbi Vero. A mia nonna Vero piaceva: aveva ideali semplici, non fumava e, visto che era vegetariana, insieme parlavano delle diete che mia nonna doveva seguire a causa dei suoi problemi cardiaci. Inoltre, a Vero piaceva viaggiare, cosicché viaggiammo parecchio e un giorno, a Palenque, nel sud del Messico, conoscemmo un modo di fumare che entusiasmò entrambi. Quello sì che era una forza. I giorni passavano e noi due ci sentivamo in paradiso. Tuttavia, a un tratto cominciammo a impazzire e credo che fossi sul punto di perdere completamente il senno. Vero, di fatto, lo perse: si arruolò in un gruppo zapatista e non seppi mai più nulla di lei. Di nuovo a casa, e con poco da perdere, andai in banca. Il funzionario addetto agli investimenti mi offrì un terreno in un posto nuovo, un quartiere sorvegliato con club nautico e campo da tennis, e mi mostrò alcune foto: acqua azzurra, prato verde, tutte cose che mi fecero ricordare gli anni della navigazione. Accettai, e tutto andò bene fino a quando non mi intestarono la proprietà e scoprii la truffa: il terreno era inutilizzabile, e per riempirlo bisognava usare così tanta terra fertile che avrei finito per spendere più soldi per questo che per pagare il terreno. Mentre aspettavo che i prezzi salissero per poter vendere e guadagnarci qualcosa,  mi preoccupai lo stesso di lasciarlo nelle migliori condizioni possibili. Così comprai una pala e una carriola e trasportai terra fertile per mesi. In quel periodo mi venne voglia di smettere di fumare ma non ci riuscii. Immagino che lo sforzo di andare e venire con una carriola impedisca di abbandonare qualsiasi vizio. Poi, visto che mi restava ancora un po’ di denaro e non volevo essere truffato di nuovo, consultai delle persone fidate fino a trovare Sergio, un amico che aveva inventato dei pannolini per cani. “È un segreto” mi disse, e aggiunse che doveva avviare le pratiche per i brevetti e trovare degli investitori che li producessero su grande scala. Così pagai i brevetti e ci sedemmo ad aspettare. L’anno dopo, mio zio Hugo mi disse che Lola, che aveva studiato economia, conosceva, grazie a uno scambio culturale, dei giovani imprenditori stranieri disposti a investire in un progetto simile al nostro. Era la nostra opportunità. Lola, che non vedevo dalla festa dei suoi 15 anni, mi mise in contatto con questa gente, e dopo alcune conversazioni concordammo che io e il mio amico avremmo ricevuto una percentuale per ogni vendita. La noncuranza, la sicurezza, l’indolenza del mio modo di gestire la negoziazione fecero eccitare Lola. Lei crede, tutt’oggi, che io avessi calcolato assolutamente tutto: ogni accento, ogni lieve movimento delle dita. E io nemmeno, a dire la verità, ci impiegai molto a innamorarmi di quella ragazza imprenditrice. Andò tutto bene. In amore: matrimonio con Lola, nascita del nostro primo figlio. Negli affari: Lola mi aiutò a vendere il mio terreno, e con questo più i buoni introiti di quello che facevamo io e Sergio, comprammo un appartamento a Puerto Madero, una barca a vela, una gomena e una piccola coupé con cui andai a visitare mia nonna fino al giorno in cui, dimenticatasi delle sue diete, “preferisco vivere bene”, diceva, morì a causa di un devastante attacco cardiaco. E Sergio continuò con le sue invenzioni, tutte inutili, sì, ma che in un modo o in un altro ci permettevano di sognare cose in realtà importanti. Fino a quando un giorno, mentre entrambi fumavamo sul terrazzo dell’appartamento – da un lato il fiume e dall’altro le dighe, i ristoranti che piacciono a Lola – cominciò a piovere e allora immaginai – ancora non riesco a spiegarmi come l’inventore, tra noi, potesse essere Sergio – una sigaretta che non si spegnesse con la pioggia. Le luci della città, dei margini della città, si riflettevano nell’acqua della pioggia, in quella del fiume e in quella delle dighe. La sola idea di potermi affacciare dalla ringhiera, di bagnarmi, di fumare, mi riempiva d’emozione. Un additivo speciale per il tabacco, un involucro che fosse come la carta, però impermeabile. Lui lo sviluppò, io lo aiutai. Ci impiegammo quasi due anni, e alcuni giorni prima della nascita del mio secondo figlio era tutto pronto. Gli investitori – Lola svolge sempre bene il suo lavoro – non tardarono ad arrivare. Sigarette da fumare sotto la pioggia. Questa sì che era un’invenzione. Cosicché da quel momento in poi, con le cose finalmente in ordine, non restò altro che pianificare un futuro di felicità. Ora, ad esempio, voglio sistemare la barca a vela – equipaggiamento migliore, vele più resistenti – per far fare alla mia famiglia un giro intorno al mondo. Sì, e durante il viaggio, in qualche notte di pioggia, quando tutti dormono, uscire in coperta, accendere una di queste sigarette che abbiamo inventato e rievocare, mentre fumo, tutte le cose successe, pensarci a lungo, e ripensare a tutto quello che noi giovani della mia generazione, in quel periodo, fumavamo.

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Traduzione di Carmen Romeo

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