Ann Scott, L’agonia

Aspetto sul marciapiede. Mi trovo proprio in mezzo e sono in ginocchio. È un pomeriggio d’ottobre sotto un cielo azzurro chiaro, un fine giornata radioso nonostante i respiri che si condensano nell’aria. Su ciascun lato del boulevard Saint-Germain il suolo è cosparso di foglie di platani. Fra i tavolini dei caffè all’aperto, le stufe a gas rosseggiano e nell’aria si sente odor di caldarroste.
Tengo il cartello con entrambe le mani. Lo tengo in alto, quasi sotto il mento. In questo modo ricordo uno di quei tizi, in prigione, schedati con una matricola. Preferisco pensare ai bambini che si vedono rincasare dopo la scuola, la sera, spalle curve sotto il peso della cartella e gomiti piegati allo stesso modo per sorreggersi alle cinghie. Ci penso e riaffiorano grida nel cortile durante la ricreazione; grida acute di bambini che corrono da tutte le parti, tranne uno, rimasto sotto il portico che accarezza la buccia liscia e rassicurante di una castagna. È a questo che mi aggrappo perché per il resto la posizione in ginocchio non evoca altro che l’ultima umiliazione del condannato prima di ricevere un proiettile in testa.
Ho un bruscolino nell’occhio, ma non mollo il cartello. Lo tengo a quest’altezza perché nessun passante se lo perda. Il lato esposto agli sguardi è marrone ma sull’altro, che è bianco e riesco a intravedere se abbasso gli occhi, c’è il logo dell’Évian sormontato dalle tre piccole montagne. Questi picchi innevati dovrebbero farti credere che è l’acqua più pura del mondo perché scorre da cime immacolate mai calcate da piede umano. Che c’è di più perfetto per quel pezzo di cartone che puzza di sporcizia? Spesso si è bagnato sotto la pioggia, i bordi sono tutti accartocciati; ed è anche stato usato molto perché qua e là le lettere maiuscole, seppur tracciate con un pennarello nero grosso, cominciano a scolorire. C’è scritto:
VI AUGURO DI NON TROVARVI MAI AL MIO POSTO
All’inizio stavo in piedi, ma così obbligavo la gente a spostarsi per evitarmi. Come se avere la stessa postura li minacciasse, quasi potessi d’improvviso fare un balzo, afferrarli, toccarli. In ginocchio non diventi solo inoffensivo, diventi parte del paesaggio. Se stai allo stesso livello di carte unte, cicche, sputi e merde di cane, a parte qualche sguardo sprezzante, la maggior parte della gente passa senza vederti. Ma contrariamente a quanto si possa credere, ciò che si ottiene non è tanto la ripugnanza o l’annichilimento, bensì la trasformazione della propria percezione.
Nel momento in cui abbandoni l’altezza abituale, la città così come la conoscevi scompare. Non sono più i visi delle persone che vedi avanzare verso di te, ma i loro piedi. Non sono più le auto che vedi sfilare, ma le loro ruote, i loro tubi di scappamento. Non sono più le spalle a urtare le tue, ma le ginocchia, le buste della spesa. E gli occhi nei quali si perdono i tuoi, sono ormai solo quelli dei cani, che ti annusano finché il padrone, accorgendosi di te, non tira il guinzaglio con un colpo secco; oppure quelli dei bambini nel passeggino, sgranati in un misto di improvvisa euforia e di spavento, che si domandano se sei un folletto caduto dal cielo o un mostro che spunta dalla terra. Ma, più di ogni altra cosa, mentre tutto il resto continua a muoversi, tu ormai sei statico.
Cominci con la schiena ben dritta, una verticale perfetta dalla nuca fino in fondo alle cosce, ma la posizione non è praticabile. Pochi minuti dopo ti metti a sedere sui talloni e a partire da quel momento devi resistere alla tentazione di abbassarti ancora. Ora stai bene, hai trovato il tuo posticino. Nessuno cerca di prendertelo, nessuno ti chiede nulla e finalmente neanche tu chiedi più nulla a nessuno. Che ti facciano l’elemosina o meno non è più importante, la tua unica aspirazione ora è mantenere questa nuova posizione. È ciò che pensa quell’uomo, pochi metri più in là, sdraiato sulla bocca d’aerazione. L’impermeabile che copre solo una parte delle gambe nude, i piedi senza scarpe né calzini avvolti nelle bende sudice, sfilacciate, sporche di sangue rappreso, quali apparenze dovrebbe salvare? La sua guancia è a contatto diretto col suolo, i piedi della gente gli passano così vicino che potrebbero camminargli sopra, ma lui non li guarda più. In ginocchio, seduto o sdraiato, in ogni caso ha lasciato tutto.
Se non vuoi soccombere devi lottare. La morsa del freddo è sopportabile a condizione di permetterle di invadere tutto il corpo, perché si accomodi e divenga naturale. I dolori vari – i muscoli delle braccia che tirano a forza di tenere il cartello, le cosce anchilosate a forza di rimanere piegate, le ginocchia doloranti per il peso sostenuto sul marciapiede – anche quelli bisogna lasciarli espandere perché arrivino a formarne uno solo a cui abituarsi. Ma subito dopo arrivano i pensieri che vanno alla deriva ed è lì che si decide il tutto per tutto. Se ti sforzi di rimanere ancorato a ciò che accade intorno a te, ti riappropri del tuo corpo e ciò che lo attraversa ritorna in primo piano. Se fai in modo di sottrarti a tutto questo, naufraghi.
Visto che non è il caso di affondare, i miei occhi si aggrappano a tutto ciò che vedono, come quella cabina telefonica, un po’ più in là, all’interno della quale c’è un tizio che urla. Non si capisce cosa stia dicendo, si percepisce solo il tono di voce soffocato e il rumore sordo del palmo della mano che batte sul vetro per sottolineare le frasi. Accanto, una ragazza che distribuisce volantini gli getta sguardi inquieti, pronta ad allontanarsi non appena uscirà di lì. Un gruppo di piccioni che si contende le briciole di un panino sbatte le ali a ogni colpo sul vetro, pronti anche loro a prendere il volo. La ragazza non ha alcun successo con i volantini, tutti ignorano la sua mano tesa. Non dev’essere tanto che lo fa. Ogni volta che passa una persona lei la segue con lo sguardo, offesa di non meritare nemmeno un cenno col capo. Un piccione se ne sta in disparte lontano dagli altri. Non è grigio come gli altri, è bianco con dei riflessi bruni. La testa infossata tra le ali, fissa il suolo mentre una cornacchia nera gli gira intorno gracchiando. La cornacchia studia da quale punto attaccarlo. Alcune persone che stanno in fila davanti al cinema seguono la scena. Tutto d’un tratto la cornacchia lo colpisce sugli occhi, un colpo di becco, poi un altro, un altro ancora e io mi alzo battendo il piede per farla andar via. Mi gira la testa per essermi alzata troppo in fretta, e mentre mi rimetto in ginocchio incrocio gli sguardi della gente davanti al cinema che si volta dall’altra parte.
Quand’è che la gente riflette su ciò che fa? Eppure dall’indifferenza scaturisce una complicità passiva col male. Non scegliere il bene equivale a ritrovarsi dalla parte del male… e le forze non sono equilibrate.
Una camionetta inchioda sulla corsia degli autobus. Una donna è caduta dalla bicicletta, il contenuto della borsa sparpagliato a terra. Quando si alza massaggiandosi la spalla, il conducente sporgendo il busto dal finestrino abbassato, le urla a brutto muso di togliersi di mezzo. La donna rimane immobile e lo fissa. Il tizio scende, va dritto verso la bici, l’impugna, la scaraventa sul marciapiede, rimonta sulla camionetta e la donna ha giusto il tempo di tirarsi indietro per evitare le ruote che passano sulla sua borsa. Sul marciapiede di fronte un ragazzino ritira la sua carta da un bancomat, poi assesta un bel calcio alla ruota di un’auto parcheggiata.
Sì, è un pomeriggio d’autunno. Una dolce luce dorata riscalda le facciate dei palazzi. Le foglie morte non sono ancora ridotte in poltiglia e tutte le gradazioni di ocra si amalgamano. Ma niente di tutto ciò esiste per il fiume ininterrotto di passanti divorati fino all’osso dall’ansia dell’attimo a venire. Gente oppressa da un lavoro che detesta, sfiancata da mutui di cui non vedrà mai la fine, intrappolata in una vita che non ha scelto o che credeva di volere ma non è così. Gente stremata dal dover ogni giorno correre per non perdere l’autobus, fare la spesa, svuotare la lavatrice, controllare i compiti, rimestare la solita minestra. Gente esasperata di fare la fila ovunque, di non trovare mai parcheggio, di rimanere perennemente imbottigliata nel traffico. Gente stufa marcia della pizza che arriva fredda, della linea diretta che non risponde, del televisore concepito per rompersi proprio un mese dopo la data di scadenza della garanzia. Gente pronta a commettere un omicidio in appartamenti mal insonorizzati, colta da un attacco di panico in palazzoni dai pianerottoli deserti, depressa a forza di fissare tutti i giorni la stessa cosa davanti a sé. Gente inebetita dal rumore perenne, dal brusio dei ristoranti, dalla musica troppo alta nei negozi, dagli altoparlanti negli atri delle stazioni, dai boati dei convogli della metro, dalle suonerie dei cellulari onnipresenti e dalle sirene della polizia, dei pompieri, delle ambulanze che trasportano il dolore e che in ogni istante ci ricordano che siamo tutti appesi a un filo.
Il giorno comincia a scemare. Saranno presto due ore che sto qui. Lo so perché ho un orologio, altrimenti in ginocchio il tempo non passa allo stesso modo. Non si misura, tutt’al più si constata. Non ti dici “toh, dev’essere l’orario d’uscita dagli uffici perché ci sono più scarpe da passeggio che scarpe da ginnastica”. Noti soltanto che i lampioni del boulevard si accedono e pensi che i giardini del Lussemburgo stanno chiudendo i cancelli. Lungo i viali deve aleggiare una lieve foschia mentre riecheggiano i fischi dei giardinieri che invitano gli ultimi ritardatari a dirigersi verso le uscite.
Due ore e non è successo nulla. A un certo punto una donna stava per infilare la mano in borsa, ma vedendo che non c’era un recipiente ai miei piedi ci ha ripensato. Nel passarmi oltre non ha mostrato alcuna incertezza negli occhi, la cosa le era già passata di mente. Adesso è ora che me ne vada. Mi alzo con precauzione. Scuoto le mani per far circolare il sangue, mi sgranchisco le spalle, pulisco i lembi del soprabito, poi mi avvicino al barbone sulla bocca dell’aerazione.
Di nuovo sembra sorpreso che mi chini così in basso sul suo viso incrostato. “Tenga”, gli dico mentre gli ripoggio il cartello contro le gambe, e frugo nella tasca del soprabito alla ricerca del portafoglio. Non c’è vera e propria gratitudine sul suo viso quando prendo la banconota da dieci euro, né soddisfazione di aver vinto la scommessa. Aspetto che dica qualcosa, ma rimane appoggiato a un gomito e ha lo sguardo perso nel nulla. La ragazzina obesa dietro di noi che getta un pezzo di carta nel cassonetto leccandosi le dita piene di zucchero, anche lei ha una storia. La modella La Perla sull’autobus che passa, anche lei ha una storia. Questo barbone buttato qui, i piedi avvolti nelle bende, ne ha una anche lui. Può darsi che si dica proprio questo, che almeno una persona si è fermata, oggi, per ascoltare la storia dietro la frase scritta sul pezzo di cartone. Ma adesso a me lui non dice più nulla. Si stende di nuovo, così mi rialzo.
E io che pensavo che qualcuno si sarebbe fermato per una donna col soprabito e le unghie curate.
Ma mi sbagliavo. Non è lo stato di abbrutimento a far paura alla gente, ma la disperazione. Qualunque essa sia. Radicata o momentanea, è la miseria della frase su quel cartello, quella frase terribile che ti chiama fin troppo in causa. Tutti abbiamo qualcosa da perdere e a nessuno piace che gli venga ricordato. Ecco allora che la gente s’affretta a guardare altrove, e se per sbaglio ha avuto il tempo di registrare la frase, fa di tutto per evocare qualcos’altro per non memorizzarla, ed è ciò che faccio anch’io mentre attraverso i giardini del Lussemburgo ancora aperti. Respiro l’odore umido che sale dalla terra mescolata alle foglie. Tendo l’orecchio allo scricchiolio dei rametti sotto i miei passi. Mi riempio gli occhi di cielo fattosi blu scuro dove brillano già alcune stelle, mentre in lontananza si sentono le grida delle sirene.

traduzione di Elena H Rudolph

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