Francesca Marzia Esposito, “Io mi salvo così”

Sgattaiolò giù per le scale della metro, alle sue spalle l’aria buia cambiava colore. Nel tunnel di luce artificiale il rumore dei suoi tacchi faceva eco. Si faceva paura da sola. Ventiduenne trovata morta in un sottopasso della metro, nessuno ha visto niente. La testa era un pallone punto da uno spillo che sfiatava in la maggiore. C’era un profumo denso di brioche, i succhi gastrici le si scollarono dalle pareti dello stomaco, diecimila calorie sotto i mali. Tirò fuori il tesserino, scambiò un’occhiata con il tizio nel gabbiotto, i gesti automatici della sopravvivenza, verificare la presenza di altri esseri umani nelle tue stesse condizioni, e proseguire. . Entrò nel vagone, il neon le sparò sulle palpebre. Il mascara le aveva sigillato l’occhio sinistro, staccò le ciglia con due dita.

La prima corsa era un giorno iniziato storto per molti, facce chiuse, spalle accasciate, un dormitorio. Una donna enorme coi tacchi tronchi si spacchettò dei biscotti, se li infilò in bocca uno dopo l’altro e si addormentò . Poi arrivò Yatma nel suo completo giacca nera camicia bianca cravatta nera e profumo all’alcol etilico, puntò il telefono sui piedi di Tea, e sorrise. Noi in Italia quei sorrisi non li fabbrichiamo. Tea lasciò le gambe smollate, il collo del piede si gettava arcuato e nodoso oltre il decolté, i tacchi inclinavano all’interno, erano scarpe da ventinove e novanta, le comprava in quel negozietto della metro in Stazione Centrale.

Quando la smetterai sarà troppo tardi, disse lei.

Sposta il piede di sinistra, disse lui.

La caviglia ruotò in esterno, il telefonino inquadrò le scarpe di profilo, il tacco di sinistra aveva perso il tondino di gomma.

Che te ne farai di tutte queste foto.

Io mi salvo così, disse lui.

La guardò con quei due grossi bulbi ingialliti, le si sedette accanto, nel piegarsi fece una smorfia e si toccò sulla giacca, sulle costole. Yatma era nella security, faceva la colonna umana vicino alle porte, in piedi per ore a fissare la gente. Devi fargli credere che tu hai i raggi x e se vuoi gli controlli anche nelle mutande, le disse una volta.

***

 

Tre anni fa Yatma vendeva libri per strada. Lo potevi trovare all’imbocco della metro e se non eri abbastanza veloce a schivarlo lui ti accompagnava fino alla fine della strada, cercando di appiopparti un volume con una zebra o un bambino africano o una duna stampati in copertina.

Due anni e quattro mesi fa Yatma vendeva ombrelli, braccialetti, calze di cotone, pupazzetti che suonavano musica latinoamericana.

Un anno fa aveva iniziato a sostituire un suo amico all’entrata di una discoteca. E la sua scalata sociale era terminata qui, come per tutti i neri alti e ripuliti che cercano lavoro a Milano. Aveva comprato un telefonino, un i-Phone 4S da un giro di cinesi in zona Cenisio, 50 euro. La cosa gli aveva procurato una felicità infantile e lo aveva fatto sentire dalla parte giusta della barricata. Aveva una tratta lunga da fare in metro, entrava sempre nel primo vagone per ottimizzare minuti all’uscita, e passava il tempo a testa china sul telefono facendo finta di giocare. Invece inquadrava piedi. Gli piaceva quella stasi conserta e arresa affrontata dai piedi in metro.

La vita in metro si blocca, la gente è in pause, abbandonata al tragitto, non vede, non ti vede, non esiste, si trasforma, regredisce a un corpo infilato in due scarpe. Due scarpe inoffensive che vanno e vengono.

Si sentiva trasparente, Yatma, nessuno lo guardava una seconda volta, lo lasciavano perdere, uomini e donne alle prese con le loro storie. Lo sapeva di non essere nessuno, gli stava bene così, in metro era nero, altissimo, e trasparente. Poi ricompariva davanti alle entrare delle discoteche, o dei negozi.

Tea invece se n’era accorta. La prima volta aveva lasciato perdere, poi lo aveva fissato e lui aveva fatto un sorriso ma non prima di fotografarle gli stivali neri tacco dodici. Anche Tea era un’abitudinaria, sempre nella prima metà del primo vagone, preferibilmente nei posti laterali vicini alle prime porte automatiche. E nella ripetizione si erano scambiati qualche parola, lui le aveva chiesto il nome, lei aveva risposto senza chiedergli il suo, poi erano passati mesi, e adesso erano ancora lì.

La metro partì, Yatma riattaccava a lavorare dopo quattro ore di sonno e un turno di security di sette ore davanti a un pub, Tea si lasciò cullare dalla velocità.

***

Carmelo voleva che arrivassero già sui tacchi, ripeteva sempre Alte e fighe.

Alte e fighe.

Tea non era come Barbi o Patti che sembravano uscite da un fumetto sexy, occhioni bocca fragola e due tette al silicone a fare ombra a un pancino superpiatto, ma aveva un culo perfetto, gambe chilometriche e capelli ossigenati biondo urlo. Ora faceva quattro serate a settimana, che voleva dire più soldi e un sibilo acuto costante che le trapassava le orecchie da parte a parte. Ogni volta che tornava dalle serate portava a casa un corpo come svitato, scardinato, i pezzi c’erano tutti, solo che bisognava rimetterli insieme. Una macchina slogata. Non aveva diritto di lamentarsi, quei soldi non glieli avrebbe dati nessun altro, lo sapeva.

La verità è che avrebbe voluto fare la ballerina classica. Alla sbarra si sentiva come se la vita le rendesse giustizia, alla sbarra calava nell’esatta dimensione del suo corpo. A volte in metro le capitava di vedere qualche scaligera, il collo spinto due piani più su rispetto al resto del corpo, la tuta blu di ordinanza con lo stemma sul petto piatto, il borsone con il logo esibito con disinvoltura. Vite a fuoco, identità definite. Poi, un giorno, aveva dovuto prendere coscienza di una verità stringente: era e sarebbe stata sempre una ballerina mediocre. La verità era che doveva accontentarsi di muovere il suo culo perfetto sotto lo strobo di una sala specchiata. La verità era che quella era l’unica danza per cui l’avrebbero pagata. La verità era che quella era l’unica declinazione che la danza le aveva destinato.

***

Carmelo se le caricava alla fermata di Lotto, Tea Barbi Giusi Patti, davanti al Mac Donald’s, il ritrovo di tutti quelli che facevano animazione. Una grande famiglia di Ken e Barbie che si smistava nelle macchine parcheggiate sul piazzale. Ogni volta che Tea saliva sul sedile posteriore dell’auto di turno si ripeteva come un mantra Sono centocinquanta euro, sono centocinquanta euro. Poi calava il buio intenso, solo il cruscotto verde illuminato e una musica fatta di bassi campionati. Fuori la strada piatta, destinazione: ai confini del mondo. Tea scivolava di coccige, immersa nell’odore di lacca e fard e vigorsol, solo le ginocchia emerse dal buio come lune nodose. Sprofondata nel buio, dietro il vetro di una macchina a tutta velocità. Finivano sempre in discoteche sperdute nella nebbia, un cono di luce – sparato in aria da un capannone lontano – era il segnale d’arrivo, quando volteggiava nel finestrino di Tea, lei prendeva un’altra virgorsol e si drizzava di schiena. Il buio si schiariva intorno a una discoteca fantasma nella nebbia, tutto il resto era campagna piatta secca strappata.

Entravano con la testa ficcata nel cappuccio e il borsone su una spalla, Tea, Barbi, Patti, Giusi – i nomi glieli storpiava Carmelo. Camminavamo sui tacchi a testa bassa, come pugili, si difendevano dagli occhi e dai commenti che gli piovevano addosso. Dentro erano spazi viola al neon zeppi di testosterone represso e mille specchi. I ragazzi palpavano a parole, infilavano la lingua a parole, Dài, fatevi sotto, non ci fate male, non ci fate male. Erano quattro ragazze tutto fisico, avrebbero potuto essere chiunque, le prendevano per quelle della TV, per un gruppo famoso, per gente figa. La verità è che di lì a tre anni, Giusi avrebbe fatto ancora la barista, Barbie sarebbe sparita, Patti sarebbe rimasta incinta, mentre Tea sarebbe stata ancora l’unica delle ragazze di Carmelo ad aver finito il liceo. La verità è che non tutte le verità servono a qualcosa, mentre i soldi sì.

***

Yatma le fece vedere gli ultimi scatti, uno stivale da texano, scarponi di pelo, delle ortopediche con para. Teneva il display piazzato davanti al busto di Tea con le dita bicolore, fuori nere, dentro rosa. Il viso di Tea era un triangolo svuotato sotto gli zigomi, le guance risucchiate, lo stomaco che bruciava. Due ragazzine indiane si piazzarono sedute di fronte a loro, orecchini pendenti, una striscia di seta nera come capelli, stesso vestito sotto i giubbini, uno turchese l’altro fucsia. La metro sussultava sui binari, l’apri e chiudi delle porte automatiche ritmava la corsa. Tea si alzò, piccole macchie nere le sporcarono la vista. Lasciò Yatma alle prese con l’inquadratura di due paia di stivaletti globalizzati, il borsone sulla spalla le sbilanciò la schiena. La metro frenò, salutò Yatma senza girarsi, alzando una mano nel riflesso del vetro.

***

Catwoman e Candy erano fuori da venticinque minuti. Tea aveva messo le scarpette da punte senza calze con le gambe lucide di olio. Sopra indossava la gonna del tutù bianco, un push-up nero e uno zircone incastonato nell’ombelico. Ogni tanto inarcava le caviglie e saliva in punta, le dita dei piedi premevano nel silicone del salva piedi, il duro del gesso della mascherina la faceva diventare altissima, immortale.

Fasci di luce tagliavano il buio in strisciate accecanti. La sala era un tappeto umano, le t-shirt e i denti flashavano, teste e braccia si muovevano a scatti, il fumo bianco era il segnale. Odore di fragola e di sintetico. Quando sarò vecchia mi ricorderò di quest’odore asettico di fragola polverizzata. Tanto tra poco finisce, ti danno i tuoi soldi, torni a casa, ti metti il pigiama e addio, le disse Barbi indovinando i suoi pensieri.

Barbi indossava un triangolo di stoffa tigrato e un reggiseno da spiaggia appaiato, in testa un cordoncino, ai piedi stivali trasparenti: di lì a poco chiazze di sudore circolari le avrebbero fatto appiccicare la plastica trasparente alle cosce nude. Catwoman fece cenno dall’altro lato del palchetto. Tocca a noi, si va in apnea.

***

Yatma comparve all’alba come al solito. Aveva un occhio martoriato. Tea cercava di non fissarlo ma finiva per guardarlo lì. La pelle nera confonde meglio le botte in faccia, pensò. Yatma sembrava uno che resiste, uno che ha una riserva di forza a cui attingere, sembrava avere vent’anni, o forse quaranta portati bene, sembrava farsi bastare il suo i-Phone, il suo doppio lavoro, il suo corri e ripeti tutto, e poi aveva Sara, la vedeva pochissimo, l’amava abbastanza.

A volte, la mattina presto, quando Tea entrava nel suo monolocale  mansardato e la luce filtrava incolore dal lucernario sopra il letto, mentre appoggiava le chiavi nella vaschetta e le scarpe erano due reduci davanti alla porta, pensava che sarebbe stato giusto essere più bella, o più intelligente, o più ricca, o più brava, qualsiasi cosa, ma più.

Yatma le allungò un sacchetto di carta.

Come mai? chiese Tea.

Così, disse lui.

Furono le uniche parole che si scambiarono. Tea addentò la brioche ancora calda, e il tepore ingoiato le lucidò gli occhi. Masticava e ingoiava sempre più velocemente, aveva più fame di quanto pensasse, si accorse di quando fosse amaro il suo palato digiuno.

La giacca nera di Yatma si inclinò all’esterno, il braccio piegato in modo che il telefono inquadrasse le scarpe. Tacco dodici con fascia dorata sul metatarso, ventidue euro e novanta. Mentre saliva con le scale mobili e le ginocchia si smollavano e i piedi per il freddo erano diventati piccoli e ossuti e le scarpe più grandi, Tea pensò che non le aveva mai chiesto che cosa facesse lei di lavoro.

***

Il posto era un night, un pedana con due pali al centro, c’era puzza di ormoni, e non era sufficientemente buio. Dal palchetto si vedevano i crani degli uomini che riempivano la sala. Gli occhi di Tea misero a fuoco il portinaio, il panettiere, l’edicolante, un amico del liceo, uno zio, Michi, ma poi no, erano solo orecchie, occhi, capelli, bocche, nasi, a centinaia. Mentre si girava e mostrava il suo culo perfetto pensò a Michi, all’ultima volta in Duomo davanti al portale principale, bassino, la testa inglobata nel cappuccio col pelo. Lei anche ficcata nel cappuccio, i capelli umidi del dopo lezione, le parole pronte ripetute a mente Non voglio ancora farlo, Michi.

Sorridi Tea, per duecento euro sorridi, guarda nel buio e sorridi, è merito loro se ti pagano, sorridi, si ripeteva mentre si muoveva sinuosa sotto un faretto che le tingeva la pelle i capelli gli occhi di fucsia.

La sua nuova collega si strusciava contro il palo inarcando il bacino, si ribaltava a testa in giù, spaccava le gambe in faccia a quelli della prima fila con naturalezza, come se da sempre avesse fatto quello, a volte il tassello del perizoma le rientrava nelle carni. I maschi fischiavano, applaudivano, fissavano lì in mezzo, glielo leggevi negli occhi, facci vedere dentro, facci toccare, vogliamo infilare.

A metà serata due armadi lampadati col codino aprirono un varco tra la folla che pulsava, spingeva, sudava. Tea e la ragazza li seguirono fissando il vuoto, la pelle nuda, la paura di essere solo un corpo, una camminata zen da fare, per non esserci fino al cambio di postazione. Uno dei buttafuori le diede una mano per salire sul bancone, Tea si ritrovò una spinta sul culo che la issò sul ripiano. Diventò due gambe aberrate che sfumavano su uno slip a vista, tutti gli occhi puntati lì, in attesa di un pezzetto di carne in più. C’erano molti bicchieri sporchi nelle mani degli uomini, molti pensieri corti nelle loro teste. Domani mi purifico alla sbarra, pensò Tea.

A fine serata mentre si cambiava scoprì che la sua nuova collega aveva diciassette anni, viveva con un uomo di quarantadue e faceva questo lavoro da un anno. Si rivestì, chiuse il borsone zeppo di roba fradicia di sudore, rimise i tacchi. Carmelo arrivò nel camerino e rimase lì mentre la diciassettenne in perizoma cercava in giro qualcosa. Una scia di luce frusciò dalla porta semiaccostata del camerino.

***

Sabato mattina il labbro inferiore di Yatma era un pezzo di carne escrescente, l’occhio invece si stava appiattendo, stava cambiando sfumatura, da violablu a gialloverde. Quando incrociò lo sguardo di Tea le fece cenno con la mano come a dire Non posso parlare. Lei annuì.

Il borsone di Tea occupava il sedile tra loro due. Non entrò nessun altro, sprofondarono nel sonno, pensieri velocissimi a occhi allentati. La testa di Tea rivedeva la scena in cui Carmelo le faceva la nuova offerta, solo lap-dance a duecento euro fissi. C’e stato un errore, Tea, scusaci, non eri tu quella che doveva lavorare nei night, scusaci tanto e grazie per la collaborazione. Firmato: La vita.

Alle porte si voltò indietro, ma la faccia di Yatma era un ammasso nero corrugato sull’inquadratura di un paio di mocassini appena entrati. Poi Yatma alzò gli occhi ma Tea era già sparita. La metro diventò una striscia liquida e spazzò l’aria.

Ti abitui sempre prima che la vita ti scippi via le tue sicurezze . Tea pensò che prima o poi sarebbe ricomparso, invece Yatma non lo vide più. L’ultima volta che pensò a lui era novembre, un’alba di un giorno qualsiasi, di fronte a lei dormiva una famiglia marocchina con due bambini gambe a ciondoloni. Dormivano come se fossero lì da anni, incantati in un eterno presente. Aveva negli slip quattrocento euro, la carrozza era allagata di tempo immobile. Prese il telefonino, inquadrò i piedi della famiglia accasciata. Io mi salvo così.

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2 risposte a Francesca Marzia Esposito, “Io mi salvo così”

  1. malosmannaja ha detto:

    “La verità è che non tutte le verità servono a qualcosa, mentre i soldi sì”. indubbiamente… i due “armadi lampadati” da soli valgono la lettura. prosa vivace, polisensoriale (l’impatto olfattivo della “fragola asettica polverizzata” è di tutto rispetto, come pure “lacca e fard e vigorsol”), personaggi veraci e storia che cresce passo passo. la ballerina sarà mediocre, ma il racconto è ottimo. compliments.
    (direi refuso: “untò il telefono” vs “puntò il telefono”)

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