Cadillac Numero 3, luglio 2012

numerotre_14lug12b-1Siete in vacanza? Siete fortunati, privilegia­ti che hanno un lavoro. In questo periodo non è scontato. Così come non è banale né ca­suale trovare sui quotidiani online articoli che parlano di caldo record, calo delle presenze delle località balneari e foto di calciatori sul bagnasciuga. Per un po’ non sentiremo parlare di nazionale, dopo la delusione dell’Europeo. Chi di voi ha avuto il coraggio di prenotare una vacanza in Spagna? Un paese tramortito con l’orgoglio e il futuro rinchiusi in una sfera di cuoio che nessuna fattucchiera riesce leggere. Nemmeno quella nera con scarpini, tacchetti e cresta da moicano.
Sfoglio giornali online, il mio tablet suda. L’estate più calda degli ultimi sesssant’anni. Suda il bicchiere, il Moskow Mule si annacqua. La cameriera mi porta una ciotola di arachidi. Non è stato il sole a ridurla del colore della sposa etrusca di Villa Giulia. Non può essere stato il sole. Suda anche lei, entra nel bar e ri­torna con il vassoio pieno per il tavolo nume­ro quattro. Turisti, dall’accento devono essere del Mid-West.
Sto cincischiando, lo so. Non ho voglia di parlarvi del numero tre, per scaramanzia. Il tre non mi ha mai portato fortuna.
A tre anni sono caduto in un pozzo, sono ri­masto in coma fino a quando mia madre non ha deciso di smetterla di consumare le ginoc­chia sul marmo del santuario della Vergine del Bosco. Quando mi sono svegliato ho stupito i medici che davano per scontato avessi perso l’uso della parola. Parlavo correttamente altre quattro lingue, oltre l’italiano, e ho letto la dia­gnosi della cartella clinica. Questo ha aiutato mia madre a non perdere del tutto la fede.
I primi tempi, a Detroit, avevo una casa in affitto al terzo miglio. In mattoni, stile colo­niale, quattro stanze da letto, cucina, salone, due bagni, giardino all’inglese. Ho deciso di cambiare, spostarmi a Birmingham quando mi hanno ferito a una spalla, durante l’ennesima rapina. L’ho vista in vendita di recente, su in­ternet, allo stesso prezzo di una berlina di me­dia cilindrata. Trentatremila dollari.
Sono stato lasciato dalla mia terza moglie per un pilota della Pan Am. Prima di lei ero sta­to io ad abbandonare tutte le mie donne.
Tre le volte che ho perso il lavoro. Tre gli anni passati alla direzione dell’ufficio Corpo­rate Communication. Tre i figli. Tre le nazio­ni d’adozione. E il fatto che la redazione sia composta da tre persone, per quanto brave e professionali, non mi fa stare tranquillo. Anche questa volta mi affido a loro con un certo ti­more. Perché è giusto così, perché alla mia età bisogna mettere in conto che si è utili soltan­to per il conto in banca e per dare consigli che non verranno seguiti.
Sto finendo il terzo drink della serata, mi brucia lo stomaco, ma la sfortuna in questo caso non c’entra. È da un po’ di tempo che la combinazione alcol-cetriolo-arachide mi fa acidità. Devo rassegnarmi, con l’età anche il fisico la smette di darti retta, di assecondare i tuoi vizi. Faccio portare via la ciotola di noc­cioline e ordino un altro bicchiere. Il mio drink preferito. La cameriera mi sorride, non è una bellezza, ma ha fatto colpo sul più grasso degli americani. Apro la fotogallery del tizio che con una volvo ha fatto cinque milioni di chilometri. C’è sul Corriere, su Repubblica, sulla Stampa. Non è interessante quanto il bikini dell’Ambro­sio, o il topless di Caterina Siviero. “Ama ragaz­za, ama perdutamente , e se ti dicono l’amore è peccato… Ama il peccato e sarai innocente”. Ho conosciuto Jim Morrison a Sunset Strip il 3 marzo del 1966.

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