Cadillac Numero 2, aprile 2012

Copertina25 miniQuando le anatre abbandonano gli stemmi delle automobili, da quel momento inizia il declino e restano soltanto gli allori. Il ritmo si spegne, rimane il primato. Parte rallentato, arriva a centoventi battiti al minuto e si sintonizza con i giri del motore. La coppia massima del ciclopico otto cilindri la senti a quattromila e quattrocento giri al minuto. Cinquecento pollici cubici, quattrocento cavalli. Ne aveva meno il francese che ha fondato Ville d’Etroit; in Italiano suona male, in inglese suona Detroit. Con Berry Gordon ho cenato diverse volte, andavamo in un posto non distante da La Salle Street. A.P. Sloan non approvava, entrava nel mio ufficio. Odiavo quel cubicolo che sapeva di cane bagnato per colpa della moquette amaranto. A.P. Sloan entrava e si gingillava con la spilla fermacravatta. «Odio la musica di quel negro» berciava, mettendo da parte il suo contegno «il suo successo non ha niente di scientifico». Costanza e stile. Berry Gordon mi diceva di lasciar perdere, di avere costanza. Davanti a T-Bone grondanti sangue iI ritmo è tutto» mi ripeteva che il ritmo è tutto. Etta James, Diana Ross e Marvin Gaye. Il loro duetto. Costanza. Il cilindro accoglie il pistone, che imprime forza alla biella; il su e giù diventa tutto tondo e il tondo trasmette da destra a sinistra, da sinistra a destra, in obliquo, trasversale, verticale od orizzontale, un vortice di leghe metalliche, gomma e asfalto. Rollio che spinge, ammortizzato da sofisticati sistemi di sospensione, oppure assicurato da un semplice schema Mcpherson. È la chiave di tutto. Costanza e contenuti. Andare avanti, continuare perché i sequel non sono più brutti della prima uscita, perché se funziona così per il cinema, non è così per le riviste; la serialità porta alla perfezione se ogni volta si aggiunge un pezzo nuovo. Si arricchisce, si migliora. Aumentiamo le rubriche, aggiungiamo spazi. Perché si possa scorrazzare lusso non banale, lusso con contenuti. Design, Performance, Tecnologia. Sotto un cofano, sotto acciaio e mani di vernice stese fino alla nausea, anti-neve, anti-pioggia, anti-corrosione, batte un cuore da ottomila e due di cilindrata, capace di un’accelerazione che ti spalma sul sedile. Connolly e tweed, lusso in periodo di crisi. Carta patinata. La mia Detroit non è quella delle case che crollano, dei viali abbandonati, dei teatri muti, dei lucernari in frantumi. Motown ha perso il ritmo, ha perso Supremes, Temptations e Jackson Five. Jacko è morto, lontano dal Lago Michigan e l’ottavo miglio è orfano di Eminem. Otto ore, i turni delle catene di montaggio hanno girato fino a spegnersi, una alla volta. Dopo cent’anni sono ferme. Il ritmo si è interrotto, il beat di strass e cromature ha lasciato colonizzatori e impresari al loro destino e mi si è appiccicato addosso in un bar in zona Bocconi. La Strada non è più un modello Fiat dal nome politically correct, è il sentiero di rinascita che parte da un bar in zona Bocconi. Niente moquette. Niente più spille fermacravatta.

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